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Autopalpazione del seno
importante iniziare a 20 anni

L’autopalpazione del seno è un esame molto semplice, che richiede pochi minuti e andrebbe eseguito già a partire dai vent’anni, circa 2 o 3 giorni dopo ogni mestruazione. Come spiega la ginecologa Mariangela Galfetti in una videointervista ad Assedio Bianco, questa procedura non può (e non deve) sostituire i normali esami diagnostici (ecografia, mammografia e altri), ma risulta utile per identificare precocemente, quando ancora sono molto piccoli (e quindi più facilmente curabili), eventuali tumori.

Come va eseguita l’autopalpazione? «L’esame si divide in due momenti diversi - spiega la dottoressa Galfetti. - Per prima cosa la donna deve porsi davanti a uno specchio e, mese dopo mese, imparare a conoscere bene l’aspetto del suo seno: solo così potrà identificare eventuali cambiamenti a livello della forma, dell’orientamento dei capezzoli, della pelle. Inoltre, potrà cercare di spremere il capezzolo per mettere in evidenza eventuali perdite». 

La seconda parte dell’esame, invece, va eseguita stando distese sul divano o sul letto, con un cuscino sotto la schiena. «Si alza il braccio destro - dice la dottoressa Galfetti - e si esamina il seno sinistro (e poi viceversa). Con piccoli movimenti rotatori dei polpastrelli, si analizza tutta la ghiandola mammaria, compresa la zona sottostante al capezzolo. Poi, tenendo la mano piatta e muovendola dall’alto verso il basso, e dal basso verso l’alto, si esamina l’ascella, per scoprire eventuali linfonodi “anomali”. È importante concentrare l’attenzione sulla zona superiore esterna del seno, perché la maggior parte dei tumori (circa il 50%) è localizzata lì».

Solo poche donne, in realtà, si sottopongono in modo regolare a questo esame. Come mai? «Tante ragazze mi dicono: non faccio l’autopalpazione perché ho paura di trovare qualcosa... - risponde la dottoressa Galfetti. - È vero che, soprattutto nelle donne più giovani, la presenza di formazioni benigne nel seno (cisti, fibroadenomi) è molto più alta rispetto a quello che avviene nelle donne anziane. Ma, appunto, si tratta quasi sempre di elementi non maligni. In altre parole, anche se si trova qualcosa con l’autopalpazione, non è assolutamente detto che sia un tumore».

Quando una donna identifica un’anomalia (o quella che le sembra tale), deve prendere contatto con il ginecologo, che farà un esame clinico accurato e prescriverà un esame diagnostico di supporto (ecografia e mammografia), necessario per una diagnosi precisa.

In molti Paesi è previsto anche lo screening mammografico, cioè la mammografia per tutte le donne sopra una certa soglia di età (in genere, 50 anni). Questo esame, da ripetere ogni due anni (o, in determinate situazioni, ogni anno), serve per trovare eventuali patologie del seno che non sono ancora palpabili. «Invece l’autopalpazione - conclude la dottoressa Galfetti - permette di individuare le lesioni che sono già palpabili. È importante farlo, soprattutto in giovane età, perché diagnosticare un tumore sotto il centimetro migliora la sopravvivenza in modo veramente significativo».

A.B.
Data ultimo aggiornamento 29 mar 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


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Tags: tumore al seno




Lungo il fiume, in missione parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.