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Un vecchio antidepressivo
riduce il rischio-morte Covid

di Agnese Codignola

Un vecchio farmaco, approvato per la prima volta nel 1983, e quindi ormai privo di brevetto, molto economico, e già presente in molti Paesi del mondo, potrebbe entrare presto a far parte del ristretto armamentario di medicinali autorizzati contro il Covid 19. È la fluvoxamina, un antidepressivo della stessa categoria della fluoxetina (meglio nota come Prozac), cioè - in termini tecnici - un inibitore della ricaptazione della serotonina, già noto per avere anche un’azione antinfiammatoria, nei test sugli animali da laboratorio. Uno studio condotto in Brasile, su 1.500 persone arrivate in Pronto Soccorso con i primi sintomi della malattia, metà delle quali trattate con la fluvoxamina, e metà con un placebo, ha fatto emergere una potente azione preventiva nei confronti del rischio di morte, che è crollato del 90%, e di quello di ricoveri, che è diminuito del 65%.

La molecola è assunta per via orale, non va conservata a temperature particolari e ha un prezzo irrisorio: dieci giorni di terapia costano circa quattro dollari. Per questi motivi, come già accaduto al desametasone (un cortisonico che ha mostrato analoghe proprietà antinfiammatorie), la fluvoxamina potrebbe presto essere ammessa nei protocolli ufficiali, e soprattutto potrebbe rivelarsi risolutiva nei Paesi più poveri, che non hanno accesso a terapie molto costose e non facili da amministrare come gli anticorpi monoclonaliGli anticorpi monoclonali sono anticorpi del tutto simili a quelli che il sistema immunitario produce contro i “nemici” (batteri, virus e altro ancora), ma non sono presenti in modo naturale nel nostro organismo. Vengono creati in laboratorio, grazie a tecniche di ingegneria genetica, e sono mirati contro un preciso bersaglio della malattia, identificato dai ricercatori: per esempio, nel caso del Covid, contro la proteina Spike, utilizzata dal coronavirus per entrare nelle cellule e infettarle. Una volta prodotti, vengono fatti moltiplicare in laboratorio, identici, in un numero grandissimo di copie, o di cloni (per questo vengono chiamati monoclonali), e poi immessi nell’organismo del paziente, in genere tramite infusione (endovena)., usati anch’essi per impedire che situazioni gravi diventino irrecuperabili.

Come ricordato sulla rivista scientifica The Lancet Global Health, la fluvoxamina è stata sperimentata seguendo un approccio chiamato di repurposing, o repositioning, che si fonda sulla ricerca di nuove possibili applicazioni di farmaci già noti, nel tentativo quasi disperato di trovare molecole attive contro il virus SARS-CoV-2 o le sue conseguenze. 

L’uso della fluvoxamina è stato studiato nei mesi scorsi sui primi pazienti, ma sempre su piccoli campioni, e con metodologie ritenute poco affidabili. Per questo la sperimentazione in questione, chiamata TOGHETHER, è stata progettata insieme a farmacologi canadesi e condotta in 11 ospedali brasiliani, con controlli e protocolli tali da ridurre al massimo il rischio di errori di interpretazione.
Ora seguiranno nuove verifiche, per esempio sulle infezioni date dalle varianti del virus, ma già si intravvedono possibili sviluppi. Come ha ricordato anche Nature, si spera soprattutto nella combinazione con l’antivirale che, si pensa, sarà approvato a breve tanto dalla Food and Drug Administration statunitense, quanto dalla European Medicine Agency, il molnupiravir della Merck, farmaco capace di ridurre il rischio di morte e di ricovero per Covid in misura significativa (le autorità sanitarie della Gran Bretagna hanno già dato il via libera a questo medicinale). La Merck ha annunciato che intende cederlo senza brevetto ai Paesi più poveri: la combinazione con la fluvoxamina potrebbe quindi rivelarsi, oltreché molto potente, anche accessibile e gestibile ovunque. Inoltre il molnupiravir è assunto per bocca, e anche questo è un enorme vantaggio, soprattutto rispetto al primo e finora unico antivirale approvato, il remdesivir, che oltre ad avere deluso le aspettative deve essere somministrato per via endovenosa, e costa migliaia di dollari a ciclo.

 

Data ultimo aggiornamento 9 nov 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Vedi anche: • Ora spunta anche un farmaco anti-reflusso gastroesofageo


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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