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Un “classico” cortisonico rivela poteri anti-coronavirus

di Paola Scaccabarozzi

Tra i numerosissimi studi che vengono pubblicati in relazione al Covid19, alle sue caratteristiche  e alle strategie di cura, ce ne sono alcuni particolarmente importanti e significativi perché coinvolgono un elevato numero di pazienti e perché vengono citati da riviste scientifiche prestigiose, e appaiono dunque estremamente utili e promettenti. È questo il caso dello studio clinico RECOVERY (Randomized Evaluation of COVid-19 thERapY), eseguito nel Regno Unito e citato sulla rivista scientifica Nature in un articolo di Heidi Ledford.
Ma di che cosa si tratta esattamente? Quali i passaggi cruciali della ricerca e il suo significato? Ne abbiamo parlato con il professor Enzo Soresi, pneumologo emerito dell’Ospedale Niguarda di Milano, studioso e ricercatore, oltre che testimone in prima persona del Covid19.

Che cosa dice dunque lo studio e come è stato eseguito?

«Lo studio - risponde Soresi - ha valutato l’efficacia del desametasone, un cortisonico già da tempo largamente utilizzato per la cura di molte patologie, come trattamento terapeutico per il Covid. RECOVERY è stato avviato nel marzo 2020 come studio clinico randomizzato (uno studio, cioè, in cui solo una parte dei pazienti, scelti in modo casuale, vengono trattati con il farmaco sperimentale, mentre gli altri ottengono un placebo, o una terapia tradizionale, senza che nessuno di loro sappia realmente quale medicinale riceve, ndr), per testare una gamma di potenziali cure per il Covid-19, incluso il desametasone a basso dosaggio. Sono stati arruolati 11.500 pazienti da oltre 175 ospedali sparsi sul suolo del Regno Unito. Nello specifico del cortisonico, sono stati randomizzati 2104 pazienti che hanno ricevuto una volta al giorno 6 milligrammi di desametasone (per via orale o tramite iniezione endovenosa) per dieci giorni e sono stati confrontati con 4321 pazienti randomizzati che avevano ricevuto cure standard per il Covid. Tra i pazienti che avevano ricevuto le terapie standard, la mortalità a 28 giorni dall’esordio della malattia è stata del 41% fra coloro che necessitavano di ventilazione; del 25% in chi aveva ricevuto ossigeno e, ovviamente, più bassa nelle forme meno aggressive, che non avevano richiesto alcun intervento respiratorio (13%)». 

Quale l’esito della ricerca? 

«Il desametasone ha ridotto di un terzo le morti nei pazienti sottoposti a ventilazione e di un quinto in coloro che ricevevano solo ossigeno. Il farmaco non ha avuto, invece, alcun effetto sulle persone con lievi sintomi». 

Perché si tratta di uno studio importante e significativo? 

«Perché, partendo dalla mia lunga esperienza personale di pneumologo, le polmoniti interstiziali, come quelle indotte da Covid19, riscontrate anche in passato come esito di situazioni patologiche molto diverse e variegate (e, che in comune avevano un forte aspetto infiammatorio), sono state sempre curate con steroidi ad alto dosaggio. Il cortisone costituisce infatti un antinfiammatorio per eccellenza. Dunque RECOVERY è sicuramente uno studio interessante che deve essere però compreso e analizzato. Come sostengono gli autori stessi dello studio, “data l’importanza per la salute pubblica di questi risultati, ora stiamo lavorando per pubblicare i dettagli completi il prima possibile”. Ma restano ancora molte domande. Perché, ad esempio, il desametasone funzionerebbe così a basso dosaggio?» 

 

Data ultimo aggiornamento 3 jun 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: coronavirus, Covid-19, desametasone




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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