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Il remdesivir funziona davvero contro Covid: prime conferme

Il remdesivir, farmaco inizialmente pensato per combattere il virus Ebola e adesso in sperimentazione contro il Covid-19 (è stato incluso nel mega studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità chiamato Solidarity), agisce effettivamente in modo specifico contro il coronavirus: la conferma arriva da un gruppo di ricercatori canadesi, dell’Università dell’Alberta, specializzati nello studio della replicazione dei virus e degli enzimi che la rendono possibile. Gli studiosi hanno appena pubblicato sul Journal of Biological Chemistry i risultati di una serie di esperimenti eseguiti in laboratorio, che ribadiscono quanto era già stato osservato utilizzando il remdesivir anche contro un altro tipo di coronavirus, quello che provoca la malattia chiamata MERS (sindrome respiratoria del Medio Oriente). In particolare, i ricercatori canadesi hanno visto che il remdesivir inibisce le polimerasi, cioè blocca gli enzimi più importanti in assoluto per la replicazione del codice genetico del virus. In tal modo, quest’ultimo non ha la possibilità di restare attivo. Il remdesivir è dunque quello che viene definito un antivirale ad azione diretta. Sullo stesso principio si basano gli antivirali che hanno permesso di sconfiggere l’epatite C, e alcuni dei farmaci anti-HIV.

Naturalmente, il fatto che sia stato chiarito in laboratorio il meccanismo d’azione del remdesivir (prima rimanevano zone d’ombra) non significa che il farmaco sia realmente efficace nell’uomo: per avere quel genere di risposte bisognerà attendere ancora qualche tempo, cioè la pubblicazione ufficiale dei primi dati sui pazienti, in trattamento ormai da settimane. Secondo l’agenzia di notizie americana Stat (che non è, però, una pubblicazione scientifica), l’esito delle sperimentazioni in corso all’ospedale dell’Università di Chicago sarebbe molto incoraggiante: su 125 pazienti trattati (113 dei quali gravi), solo 2 sarebbero deceduti e gli altri sarebbero guariti. In totale, nelle prossime settimane dovrebbero arrivare i dati su oltre 2.400 malati gravi trattati in 152 centri, e quelli relativi ad altri 1.600 pazienti con forme meno gravi, trattati in 169 centri di tutto il mondo. 

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Nella foto (agenzia iStock), una ricostruzione in 3D della molecola del remdesivir

A.C.
Data ultimo aggiornamento 20 apr 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


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Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.