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Ecco i medicinali anti-Covid “testati” attualmente in Italia

Non passa quasi giorno senza che non si legga, da qualche parte, di una nuova potenziale terapia contro il Covid-19. Il risultato è un insieme caotico di notizie vere e false, che suscitano speranze e spingono i malati, i parenti, o anche solo chi spera di avere qualche medicamento "nuovo" a cercare di accaparrarsi farmaci di ogni tipo, a volte danneggiando gravemente chi, di quei farmaci, ha davvero bisogno, e a volte esponendo se stesso a pericoli anche gravi. Come orientarsi?
L’unico vero strumento è costituito dalle fonti ufficiali e, in primo luogo, da ciò che si può leggere sul sito dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), l’ente attraverso il quale passano tutte le richieste di autorizzazione delle sperimentazioni e l’unica, in stretto collegamento con l’omologa europea EMA (European Medicine Agency), deputata a dare il via libera o meno a una terapia, esistente o sperimentale.

Ecco, in sintesi, che cosa scrive l’AIFA sui principali tipi di terapie in studio.

Terapie immunologiche: si tratta di cure che non hanno effetto sul virus ma sui danni che esso provoca e, in particolare, sul rilascio eccessivo di molecole (mediatori) delle infiammazioni quali interferoni e citochine, responsabili delle gravi polmoniti interstiziali tipiche della malattia. Nello specifico:

* Sobi.IMMUNO-101: è uno studio di fase 2/3, che cioè valuta l’efficacia e definisce i dettagli di una possibile cura basata su un anticorpo monoclonale, per via endovenosa, chiamato emapalumab, che ha come bersaglio l’interferone gamma, e quello di un farmaco chiamato kineret (nome commerciale: anakinra),  anch’esso iniettabile, già autorizzato in tutta Europa per l’artrite reumatoide e diretto contro l’interleuchina 1.

* Sarilumab Covid-19: anche in questo si tratta di verificare, tramite uno studio di fase 2/3, un anticorpo monoclonale chiamato sarilumab, diretto contro l’interleuchina 6 e già autorizzato in Italia contro l’artrite reumatoide.

* RCT-TCZ-COVID-19: il bersaglio dell’anticorpo monoclonale tocilizumab, di cui è molto sentito parlare dopo le prime sperimentazioni fatte a Napoli, è ancora l’interleuchina 6. Lo studio, di fase 2, è finalizzato a capire se una somministrazione precoce dell’anticorpo possa prevenire un aggravamento e la necessità di ventilazione assistita e di terapia intensiva

Terapie antivirali: in questo caso si sperimentano farmaci che hanno lo scopo di impedire al virus di replicarsi e quindi di causarne la rapida scomparsa. L’AIFA ha definito, insieme con l’azienda produttrice Gilead, una sperimentazione dell’antivirale remdesivir, non ancora in commercio ma in avanzata fase di sperimentazione contro altre infezioni virali all’inizio della pandemia. In particolare, alcuni centri italiani tra i quali l’Ospedale Sacco di Milano, il Policlinico San Matteo di Pavia, l’Azienda Ospedaliera di Padova, l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma e l’Istituto Nazionale di Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, cui dovrebbero presto aggiungersene altri, saranno coinvolti in due studi di fase 3 finalizzati a valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco.

Utilizzo off label (cioè al di fuori delle autorizzazioni ufficiali) di farmaci: esiste poi un utilizzo di medicinali già approvati per altre terapie, attentamente monitorato perché, a sua volta, potrebbe dare risultati positivi. In particolare si usano:

* Clorochina e idrossiclorochina: si tratta di due molecole molto vecchie, usate per decenni contro la malaria e, più di recente, anche contro alcune patologie autoimmuni. Della validità di questi farmaci sono particolarmente convinti il presidente americano Donald Trump, che ne ha parlato in pubblico più volte, e il medico francese Didier Raoult, che le studia da anni. Tuttavia, poiché i dati specifici sono ancora lacunosi e poco chiari, e poiché sono farmaci che possono avere effetti collaterali non indifferenti, soprattutto se assunti con altri e da persone di una certa età, l’AIFA sottolinea un uso solo nei pazienti domiciliari, solo a certe condizioni (sotto stretto controllo medico) e non in associazione con altri farmaci, per esempio con antivirali. 

* Lopinavir e ritonavir: si tratta di un’associazione di antivirali utilizzata contro l’HIV. Anche in questo caso, l’impiego off label è consentito soltanto quando espressamente autorizzato dal medico, sia in ospedale che a casa, e quando il paziente non è troppo grave. Lo scopo è quello di verificarne un eventuale ruolo nell’attenuare l’infezione, evitando che si aggravi.

* Darunavir e cobicistat: si tratta dell’associazione di un antivirale e di un farmaco che ne potenzia l’attività. Anche in questo caso, l’impiego è strettamente controllato e consigliato solo quando l’associazione lopinavir e ritonavir non è tollerata, e lo scopo è analizzare un’eventuale efficacia nel rallentare l’infezione.

Per quanto riguarda l’antivirale favipiravir (noto come Avigan), di cui si è parlato sui giornali nelle settimane scorse, l’AIFA ricorda che non è autorizzato in Europa e negli Stati Uniti, né è mai stata dimostrata una sua qualche efficacia, mentre sono emersi pesanti effetti collaterali quali quelli a carico del feto, nelle donne incinte. Sono in corso valutazioni sui dati disponibili, prima di autorizzare, eventualmente, test sui malati.

Vaccini: Infine, l’EMA è in contatto con gli sviluppatori di dodici potenziali vaccini contro COVID-19. Per due di questi sono già stati avviati gli studi clinici di fase I, che rappresentano i primi studi necessari e sono condotti su volontari sani. Dal canto suo l’EMA stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro il COVID-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso.

Il sito dell’AIFA è costantemente aggiornato, e le informazioni sono comprensibili a tutti. Chiunque voglia avere notizie attendibili può (e deve) rivolgersi a esso, e non altrove.

A.C.
Data ultimo aggiornamento 3 apr 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


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Tags: AIFA, coronavirus, Covid-19, vaccini




Lungo il fiume, in missione parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.