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Covid, in arrivo una pillola
capace di bloccare il virus

di Paola Scaccabarozzi

Mentre proseguono in tutto il mondo studi scientifici, trial clinici e sperimentazioni per mettere a punto vaccini sempre più mirati e farmaci utili a curare il Covid 19, un nuovo antivirale in pastiglia in grado di bloccare l’infezione fin dalla fase iniziale sta diventando sempre più una realtà. 
La premessa è che il Governo USA ha stanziato pochi giorni fa 3,2 miliardi di dollari (circa 2,7 miliardi di euro) per accelerare lo sviluppo e la sperimentazione di farmaci antivirali che intervengano sulla malattia nella sua fase iniziale, impedendo così la propagazione del virus nell’organismo. In particolare, l’obiettivo della Casa Bianca è quello di arrivare a una formulazione di una pillola da assumere ai primi sintomi della malattia.
Ma di che cosa si tratta nello specifico e quali sono le prospettive, più in generale, legate allo sviluppo degli antivirali?
Abbiamo fatto il punto con il professor Luca Guidotti, virologo e patologo di fama internazionale, vicedirettore scientifico dell’ospedale San Raffaele di Milano e responsabile di uno dei più completi laboratori di ricerca su SARS-CoV-2 (il virus che provoca la malattia Covid-19), l’unico in Italia a disporre di modelli animali di questa patologia.

ANTIVIRALI: LAVORI IN CORSO - «Al momento ci sono circa 250 antivirali in fase di studio contro Sars-CoV2 - spiega Guidotti. - Si tratta di medicinali estremamente complessi da realizzare dal punto di vista chimico, perché diversi sono i target (bersagli) virali e numerosissime sono le combinazioni possibili per arrivare alla messa a punto di un farmaco che funzioni. Per comprendere meglio che cosa significhi, basti pensare che se disponiamo solo di sette note per dar vita a una canzone, migliaia sono le possibilità per arrivare al brevetto di un antivirale. Sviluppare antivirali è molto costoso (mediamente servono due miliardi di dollari perché un antivirale arrivi sul mercato) e richiede numerosi tentativi prima di giungere a una formulazione efficace e sicura. Ma non per questo è una sfida impossibile. Lo abbiamo visto già con i vaccini: un anno e mezzo fa sembrava un’utopia la possibilità di ottenerli in tempi così brevi. E la spinta dell’Amministrazione Biden darà un’accelerata significativa allo sviluppo dei lavori in corso sugli antivirali, come ha sottolineato anche lo stesso immunologo, Anthony Fauci». E a quel punto il gioco è sostanzialmente fatto. 
«La ragione sta nel fatto - chiarisce Guidotti - che, una volta trovata la formulazione giusta, la fase di produzione e commercializzazione di un antivirale è poi più semplice, spesso, di quella, ad esempio, di un vaccino. Gli antivirali, oltretutto, sono farmaci che non richiedono metodi particolari di conservazione e, se ci riferiamo a un antivirale da assumere per bocca, stiamo pensando a un medicinale estremamente maneggevole che potrebbe avere, dunque, un impatto molto importante sulla gestione dei malati di Covid a livello globale». 

LO STATO DELL’ARTE - Attualmente c’è solo un farmaco antivirale approvato dalla European Medicines Agency (EMA) e dalla Food and Drug Administration (FDA), le agenzie del farmaco dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, per la cura del Covid-19. È il Veklury, un medicinale sviluppato dall’azienda californiana Gilead Sciences, e inizialmente studiato per Ebola e la vecchia SARS (Severe acute respiratory syndrome in inglese, ovvero sindrome respiratoria acuta grave).
«Il suo principio attivo - spiega Guidotti - è il remdesivir, un inibitore dell’enzima virale "RNA polimerasi", una proteina che interferisce con la produzione del codice genetico del virus (RNA virale) e ne previene la replicazione. La sua somministrazione è però complicata, perché avviene per endovena e richiede quindi il ricovero ospedaliero, così come accade per i cocktail di anticorpi monoclonaliGli anticorpi monoclonali sono anticorpi del tutto simili a quelli che il sistema immunitario produce contro i “nemici” (batteri, virus e altro ancora), ma non sono presenti in modo naturale nel nostro organismo. Vengono creati in laboratorio, grazie a tecniche di ingegneria genetica, e sono mirati contro un preciso bersaglio della malattia, identificato dai ricercatori: per esempio, nel caso del Covid, contro la proteina Spike, utilizzata dal coronavirus per entrare nelle cellule e infettarle. Una volta prodotti, vengono fatti moltiplicare in laboratorio, identici, in un numero grandissimo di copie, o di cloni (per questo vengono chiamati monoclonali), e poi immessi nell’organismo del paziente, in genere tramite infusione (endovena). utilizzati nei Paesi più ricchi per le  forme più gravi di Covid, ma che rischiano di non funzionare con le varianti. Anche l’efficacia del remdesivir è limitata. I fondi stanziati negli Stati Uniti puntano, invece, a una pillola ad hoc per bloccare SARS-CoV-2, efficace e di semplice somministrazione. Peccato, però - continua Guidotti - che l’Europa si sia mossa molto poco in questa direzione, non perché manchi la ricerca di qualità (numerosi sono i gruppi che stanno studiando gli antivirali, e io stesso faccio parte di un Consorzio Accademico di 50 scienziati italiani, tra virologi, chimici, farmacologi e immunologi), anzi! Al solito, mancano gli investimenti. Questo potrebbe costringerci a comprare il farmaco al prezzo e alle condizioni dettate dai produttori americani e pare che, ancora una volta, non abbiamo imparato nulla dalla lezione precedente, ossia quella dei vaccini che ha evidenziato trappole nei contratti, ritardi nelle consegne, condizioni modificate in corso d’opera…». 

L’ANTIVIRALE (TRA I 250 IN CORSO DI STUDIO) GIÀ IN FASE 3 - All’orizzonte in particolare, già nella fese più avanzata della sperimentazione, appare la pillola del colosso farmaceutico Merck insieme all’azienda biotech Ridgeback Biotherapeutics. «È il Molnupiravir, un antivirale orale che agisce bloccando la polimerasi del virus - spiega Guidotti. - I dati della fase III, quella conclusiva, sono attesi in tempi relativamente rapidi, ossia per l’ottobre 2021». Nel frattempo, l’amministrazione Biden ha annunciato un investimento di 1,2 miliardi di dollari per l’acquisto di 1,7 milioni di dosi da Merck. 

I VACCINI NON BASTANO - Ma perché è così importante il ricorso ad altri farmaci e in particolare agli antivirali?  «Le vaccinazioni di massa - risponde Guidotti - restano un’arma cruciale contro la pandemia e i vaccini, via via nel corso del tempo, saranno sempre più mirati ed efficaci; ma questi farmaci (i vaccini, appunto) hanno comunque dei punti deboli. Non funzionano al 100% nei soggetti normali, trovano particolari difficoltà nelle persone immunodepresse, perdono efficacia contro le varianti dei virus.  In più, non tutti coloro che hanno la possibilità di farlo aderiscono alla vaccinazione di massa, e difficilmente i vaccini arrivano nei Paesi più poveri dove, oltre ai problemi economici, ci sono anche difficoltà legate alla conservazione e distribuzione». Serve dunque un armamentario terapeutico attivo nelle varie fasi della malattia e, in particolare, in quella iniziale. 
«Un antivirale da prendere per bocca ai primi sintomi potrebbe, dunque -  conclude Guidotti - assumere un ruolo strategico nella gestione della pandemia, prevenendo lo sviluppo di sintomi gravi e, quindi, il ricovero in ospedale. Questo tipo di farmaco avrebbe ottimi profili di sicurezza ed efficacia, similmente a quanto avviene per i medicinali contro le infezioni da HIV (responsabile dell’AIDS) o HBV (epatite B): decine e decine di milioni di pazienti nel mondo assumono quotidianamente e continuativamente antivirali in grado di tenere a bada i virus senza subire significativi effetti collaterali». 

 

Data ultimo aggiornamento 4 jul 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Vedi anche: • Perché il 90% dei fondi pubblici è stato indirizzato sui vaccini


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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