Questo sito utilizza cookies tecnici (Google Analytics) per l'analisi del traffico, senza scopi commerciali; proseguendo la navigazione ci si dichiara implicitamente d'accordo all'uso dei medesimi Ok, accetto

Contro il lupus eritematoso
una terapia “imprevista”

Un farmaco utilizzato, normalmente, contro il mieloma multiplo (il tumore delle plasmacellule, elementi fondamentali del sistema immunitario), ha mostrato effetti positivi anche contro il lupus eritematoso sistemico, una delle malattie autoimmuni più difficili da combattere. La notizia arriva dall’ospedale La Charité di Berlino (Germania) ed è stata pubblicata dal New England Journal of Medicine, uno dei più autorevoli giornali medici al mondo. Il farmaco è un anticorpo monclonale chiamato daratumumab, ed è progettato per raggiungere una proteina molto presente sulle plasmacellule tumorali, la CD38, e per distruggere le plasmacellule stesse (gli anticorpi monoclonaliGli anticorpi monoclonali sono anticorpi del tutto simili a quelli che il sistema immunitario produce contro i “nemici” (batteri, virus e altro ancora), ma non sono presenti in modo naturale nel nostro organismo. Vengono creati in laboratorio, grazie a tecniche di ingegneria genetica, e sono mirati contro un preciso bersaglio della malattia, identificato dai ricercatori: per esempio, nel caso del Covid, contro la proteina SpikeLa proteina Spike caratterizza visivamente il coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid 19): è infatti la protuberanza che somiglia a una corona presente sulla superficie di questa famiglia di virus. È formata da due componenti: una chiamata S1, che si aggancia al recettore Ace2 (una proteina presente su molte delle nostre cellule: in particolare, in quelle dei polmoni, del cuore, dell’intestino, dei reni, e nel rivestimento dei vasi sanguigni), e costituisce la porta d’ingresso usata dal virus per entrare nelle cellule stesse. La componente S2, invece, ha il compito di attaccare le cellule e iniziare “l’invasione”. Le mutazioni di SARS-CoV-2 modificano soprattutto la superficie della componente S1, rendendola capace di arpionare in modo più efficiente Ace2, e di creare legami più stretti. Possiamo immaginare S1 come una superficie irregolare le cui protuberanze si agganciano ad Ace2, similmente a quanto avviene per i tasselli di un puzzle, e S2 come un pungiglione che si conficca all’interno della cellula bersaglio.  , utilizzata dal coronavirus per entrare nelle cellule e infettarle. Una volta prodotti, vengono fatti moltiplicare in laboratorio, identici, in un numero grandissimo di copie, o di cloni (per questo vengono chiamati monoclonali), e poi immessi nell’organismo del paziente, in genere tramite infusione (endovena)., lo ricordiamo, vengono prodotti in laboratorio, grazie a tecniche di ingegneria genetica, e sono mirati contro un preciso bersaglio della malattia, identificato dai ricercatori). Ebbene, il daratumumab - scrivono i ricercatori della Charitè - si è rivelato determinante anche per curare due pazienti che non rispondevano più ad alcun trattamento ed erano in pericolo di vita. Ma perché questo farmaco (non ancora autorizzato per il LES) ha funzionato, riuscendo a migliorare i sintomi, dopo un trattamento di quattro settimane, e riducendo i livelli degli autoanticorpi anti-nucleo (i principali responsabili del lupus eritematoso sistemico)? «La proteina CD38 è un classico marcatore delle plasmacellule - ha spiegato il dottor Tobias Alexander, coordinatore dello studio - ma le nostre indagini preliminari hanno dimostrato che, nei pazienti con il lupus, livelli aumentati di questa proteina possono essere rilevati anche in altre cellule del sistema immunitario come i linfociti T memoria, così come nel sangue e nelle urine. Questo - aggiungono i ricercatori in un comunicato stampa - rende la proteina CD38 un bersaglio ideale per il trattamento, che mira a eliminare le cellule del sistema immunitario patologicamente alterate del lupus eritematoso sistemico.

Se ulteriori studi confermeranno l’efficacia del daratumumab, il farmaco potrà essere utilizzato su un numero più ampio di pazienti. E questo potrebbe avvenire in tempi rapidi, visto che il daratumumab è già approvato e ben noto, per quanto riguarda le modalità di utilizzo.

Il lupus eritematoso sistemico è una malattia provocata da auto-anticorpi (così si chiamano in termine tecnico) che vengono prodotti per errore dal sistema immunitario contro alcuni componenti del nucleo delle cellule di diverse zone dell’organismo: in particolare, la pelle, le articolazioni, i reni, il cuore e il sistema nervoso centrale. Al momento attuale, i trattamenti farmacologici si basano sulla soppressione a lungo termine della risposta immunitaria, ma non sempre sono efficaci. La sperimentazione all’ospedale La Charité potrebbe aprire una nuova strada.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 15 oct 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Vedi anche: • Dalle nuove terapie anticancro un aiuto per studiare il lupus


Tags: ingegneria genetica




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

Chiudi

Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

VAI ALLA VERSIONE COMPLETA