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Caccia agli anticorpi di chi
ha sconfitto il coronavirus

Cercare nel sangue delle persone sopravvissute a forme gravi di coronavirus gli anticorpi che hanno permesso di debellare la malattia, per poi trasformarli in un farmaco: è la sfida che un consorzio europeo promosso dall’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona sta avviando in questi giorni, grazie a un finanziamento concesso a tempo di record dall’Unione Europea. Questa tecnica (cercare gli anticorpi “vincenti” nel sangue dei malati) ha già portato gli esperti dell’IRB a risultati di successo, contro malattie anche gravissime, come Ebola (uno dei due farmaci anti-Ebola che si stanno rivelando più efficaci in Congo, nell’ambito di una sperimentazione finanziata dai National Institutes of Health americani, è stato sviluppato in parte proprio a Bellinzona).
Come funziona? Grazie a sistemi molto sofisticati è possibile isolare, nel “guazzabuglio” di anticorpi presenti nel sangue dei sopravvissuti, quelli indirizzati contro la patologia studiata (il coronavirus, nel nostro caso). Ma la parte più difficile non è tanto questa, bensì l’individuazione di quel preciso anticorpo - fra i tanti indirizzati contro il virus - che realmente è stato in grado di bloccarlo. Forse è bene ricordare che il sistema immunitario, e in particolare i linfociti B, producono moltissimi tipi diversi di anticorpi contro ogni “nemico”: alcuni agiscono con grandissima efficacia (per esempio, bloccando, nel caso di un virus, il punto in cui si aggancia alle cellule), mentre altri lo “scalfiscono” soltanto. L’IRB, diretto da Antonio Lanzavecchia, è stato fra i primi in Europa, ormai una ventina d’anni fa, a sviluppare (e anche a brevettare) una tecnica molto efficace per selezionare gli anticorpi migliori. Non per niente il progetto di ricerca presentato dall’istituto, e in particolare da Luca Varani, direttore del laboratorio di biologia strutturale, è arrivato secondo su 91 lavori che erano stati inviati all’Unione Europea, in risposta a un apposito bando.

Una volta individuato l’anticorpo giusto (o ritenuto giusto), verrà riprodotto e trasformato, con tecniche di ingegneria genetica, in un potenziale farmaco: un anticorpo monoclonale (questo il termine tecnico). Poi, naturalmente, occorrerà iniziare la sperimentazione, che richiederà un certo tempo. Ma, fra i numerosi filoni di ricerca avviati per trovare un rimedio contro il coronavirus (sono almeno 500 gli articoli scientifici pubblicati finora a livello internazionale), quello della “caccia” agli anticorpi è uno dei più rapidi.

Del consorzio promosso dall’IRB fanno parte anche il prestigioso Karolinska Institutet di Stoccolma (che ospita il Comitato Nobel per la fisiologia o la medicina), l’Università di Braunschweig (Germania) e il Policlinico San Matteo di Pavia. Ogni gruppo di ricerca si occuperà di anticorpi, ma seguendo percorsi diversi e indipendenti fra loro, in modo da massimizzare le possibilità di successo e sfruttare i vantaggi di ogni approccio. Il Karolinska Institutet, in particolare, cercherà di utilizzare la cosiddetta immunoterapia con gamma-globuline: i ricercatori, cioè, preleveranno il sangue dai pazienti guariti, separeranno il plasma (la parte che contiene prodotti del metabolismo, nutrienti e proteine, compresi gli anticorpi), lo purificherà e lo inietterà in altri pazienti. È il sistema più semplice e rapido, ma richiede continue donazioni di sangue.

Il metodo messo a punto dai ricercatori dell’Università di Braunschweig, invece, utilizza frammenti degli anticorpi di chi è guarito e li rimescola, con tecniche di biologia molecolare, cercando di ottenere un anticorpo “artificiale” che possa neutralizzare il coronavirus.

L’IRB, che è affiliato all’Università della Svizzera Italiana, si occuperà di caratterizzare, selezionare e migliorare (grazie all’ingegneria molecolare) gli anticorpi generati con i diversi metodi. Dal canto loro i ricercatori del Policlinico San Matteo, diretti da Fausto Baldanti, si occuperanno di verificare l’efficacia di questi anticorpi. Infine, il centro di ricerca della Comunità europea (EU-JRC, partner del consorzio) lavorerà in stretto contatto con l’EMA (Agenzia Europea dei Medicinali) per fare in modo che la produzione segua fin dall’inizio le necessarie regole per la sicurezza del farmaco, garantendo così di poter arrivare all’uso sui pazienti il più rapidamente possibile.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 22 mar 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Vedi anche: • Perché funziona il farmaco utilizzato dai medici di Napoli


Tags: anticorpi monoclonali, coronavirus, IRB




Lungo il fiume, in missione parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.