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Pillola Merck modifica il virus?
Dibattito fra gli scienziati USA

di Monica Nardone

Dibattito tra i virologi su Molnupiravir, la pillola anti-Covid 19 prodotta dal colosso farmaceutico Merck e dalla Ridgeback Biotherapeutics, che ha ottenuto un via libera di emergenza dall’Agenzia del farmaco britannica, e un analogo OK (il 22 dicembre), sia pure solo provvisorio, anche dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA). C’è chi teme che possa scatenare nuove varianti più letali del coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid 19), perché induce un gran numero di mutazioni nel virus stesso, per impedirgli di replicarsi, e quindi per bloccarlo (questo è il suo meccanismo d’azione). Ma altri scienziati non vedono, invece, motivi di allarme. A riportare le diverse opinioni è l’autorevole rivista Science sul suo sito. Science cita, in particolare, William Haseltine, virologo e oncologo che ha lavorato all’Università di Harvard ed è noto per le sue ricerche sul virus Hiv e sul genoma umano. Secondo lo studioso, le mutazioni create dal  Molnupiravir potrebbero stimolare la nascita di nuove varianti virali più pericolose di quelle odierne. «Si sta mettendo in circolazione un farmaco che è un potente mutageno in un momento in cui siamo profondamente preoccupati per le nuove varianti - ha scritto Haseltine, in un post sul blog della rivista Forbes riportato da Science. - Non riesco a immaginare di fare qualcosa di più pericoloso».

Come accennavamo, altri virologi affermano, invece, che per ora la preoccupazione è solo in gran parte ipotetica, anche se vale la pena di monitorare la situazione. «Non credo che siamo nella necessità di bloccare un farmaco salvavita per un rischio che può, o non può, verificarsi» - ha osservato Aris Katzourakis, esperto di evoluzione virale presso l’Università di Oxford.

ll Molnupiravir, che è il primo antivirale orale per il trattamento del Covid 19, era stato sviluppato inizialmente per il trattamento dell’influenza. I ricercatori hanno poi visto che aveva un effetto significativo contro il coronavirus SARS-CoV-2, e si sono concentrati lungo questa direzione. Il farmaco, come dicevamo, agisce interferendo con la replicazione virale (del coronavirus ma anche di altri virus), e inducendo mutazioni nel codice genetico del virus stesso fino a quando non può più riprodursi. L’Agenzia europea dei medicinali (EMA) non ha ancora dato il via libera al Molnupiravir, ma ha espresso un parere favorevole (il 19 novembre) per l’uso sperimentale del medicinale su pazienti adulti con Covid 19 che non richiedono ossigeno supplementare e che hanno un alto rischio di sviluppare la malattia in forma grave. Proprio sulla base di questo parere è arrivato il via libera provvisorio dell’AIFA. Il farmaco (nome commerciale: Lagevrio) deve essere somministrato il prima possibile dopo la diagnosi di Covid-19 - scrive l’EMA - ed entro 5 giorni dall’inizio dei sintomi. Va poi assunto (sotto forma di compresse) due volte al giorno per 5 giorni.

Unica controindicazione, per adesso, ma importante: “Lagevrio - dice l’EMA - non è raccomandato durante la gravidanza, e nelle donne che possono iniziare una gravidanza e che non utilizzano un metodo contraccettivo efficace”.  L’Agenzia aggiunge che “l’allattamento al seno deve essere interrotto durante il trattamento e per 4 giorni dopo il trattamento. Queste raccomandazioni sono fornite perché studi di laboratorio sugli animali hanno dimostrato che dosi elevate di Lagevrio possono influire sulla crescita e sullo sviluppo del feto”.

Nonostante queste ultime raccomandazioni, l’EMA ha comunque dato un parere favorevole all’uso sperimentale, come dicevamo, perché i risultati di uno studio clinico su pazienti affetti da Covid 19 ha dimostrato che la somministrazione del farmaco all’inizio della malattia può ridurre del 50% il rischio di ospedalizzazione e morte dei pazienti. La stessa Meck ha però poi corretto questi dati, il 26 novembre, affermando che il Molnupiravir/Lagevrio riduce solo del 30% il rischio di ospedalizzazione e morte.

Dal canto suo, la Food and Drug Administration (FDA, l’ente che sovrintende alla sperimentazione e commercializzazione dei farmaci negli Stati Uniti) ha chiesto a una commissione di esperti, il 30 novembre, di valutare l’efficacia e gli eventuali rischi di Molnupiravir, prima di decidere l’eventuale autorizzazione all’uso di emergenza.

I TIMORI DI HASELTINE - Ma torniamo alle preoccupazioni di William Haseltine: «Se pazienti con il Covid 19 si sentono meglio dopo un paio di giorni e smettono di prendere il Molnupiravir - ha scritto - eventuali varianti del virus potrebbero sopravvivere e persino diffondersi ad altri».
Ammette Raymond Schinazi, esperto di malattie infettive presso la Emory University (l’ateneo in cui è stato creato inizialmente il Molnupiravir,  con finanziamenti anche del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e dei National Institutes of Health): «La possibilità di generare varianti c’è». Schinazi, però, non esprime la stessa preoccupazione di Haseltine, che basa i suoi timori su alcuni studi secondo i quali i coronavirus possono sopravvivere con mutazioni indotte da Molnupiravir. Quali sono questi studi? Due anni fa, per citarne uno, il gruppo guidato dal virologo Mark Denison, della Vanderbilt University (sempre negli Stati Uniti), ha ripetutamente esposto diversi tipi di coronavirus a una forma del farmaco chiamata EIDD-193 . È emerso - ricorda Science - che nelle “famiglie” di due particolari tipi di coronavirus, il virus dell’epatite murina e il virus che causa la sindrome respiratoria mediorientale (diversi, quindi, dal SARS-CoV-2), trenta cicli di tale trattamento avevano generato fino a 162 diverse mutazioni, che non hanno ucciso i virus. Denison, però, osserva che il suo studio non ha catalogato le variazioni nei singoli virus (anche se le 162 mutazioni sono comunque sorte in gruppi di cellule infettate da uno dei due coronavirus).

Per Ravindra Gupta, microbiologo dell’Università di Cambridge (citato sempre da Science), una preoccupazione potrebbe riguardare i pazienti con sistema immunitario compromesso. L’esperto avverte che i virus mutati potrebbero avere maggiori probabilità di prosperare in questi pazienti, dal momento che i vaccini sono meno efficaci nel proteggerli e, proprio per questo, tali persone hanno maggiori probabilità di ricevere Molnupiravir

Ma Daria Hazuda, dirigente della sezione malattie infettive di Merck, osserva che l’azienda non ha trovato alcuna prova che nelle persone che assumono Molnupiravir si generino virus con nuove e pericolose mutazioni. Nei pazienti che hanno completato la terapia di 5 giorni, sottolinea Hazuda, «non vediamo alcun virus infettivo», per non parlare di varianti mutate. Le mutazioni che si verificano lungo la strada sono state casuali - aggiunge Hazuda, - e non concentrate in un particolare gene che renderebbe più probabile la sopravvivenza del virus. «Non ci sono prove per alcun pregiudizio selettivo» - ribadisce.
Inoltre, Hazuda rileva che il virus SARS-CoV-2 è comunque capace di sfornare varianti in modo naturale, quando si replica nelle persone infette. Per Aris Katzourakis (Università di Oxford) la domanda più importante che bisognerebbe porsi, a questo puntio, è se Molnupiravir fornisca una pressione selettiva in grado di guidare il virus verso la trasmissibilità o la virulenza. «Trovo difficile da immaginarlo - ha detto a Science - ma non posso escluderlo».

Infine, per Mark Denison (Vanderbilt University) è più probabile che l’uso di Molnupiravir possa far emergere virus che non sono, di per sé, più mortali o trasmissibili, ma resistenti al farmaco: un risultato, peraltro, comune a tutti i medicinali anti-infettivi. Ma, secondo Science, la recente notizia che un altro farmaco antivirale in sperimentazione, questa volta della Pfizer, appaia  molto efficace contro SARS-CoV-2 suggerisce un modo per prevenire la resistenza: usare entrambe le pillole in combinazione, che è la stessa strategia usata per trattare l’Hiv e altre infezioni.
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(Nella foto in alto dell’agenzia iStock, la sede della Merck in California, nella Silicon Valley)

 

Data ultimo aggiornamento 23 dicembre 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: coronavirus, Covid-19



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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