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Perché il 90% dei fondi pubblici
è stato indirizzato sui vaccini

di Paola Scaccabarozzi

Il tema della cura e della prevenzione del Covid è un argomento nodale all’interno del dibattito scientifico internazionale. Ciò ovviamente ha avuto e sta continuando ad avere un impatto significativo sulla gestione politica ed economica della pandemia. 
La premessa è che una parte significativa e cospicua di fondi pubblici è stata destinata dal governo degli Stati Uniti e dai governi europei allo sviluppo dei vaccini. In particolare, l’Operazione Warp Speed, approvata dal Congresso americano nel marzo 2020 per fronteggiare l’emergenza-Covid, con una dotazione iniziale di 10 miliardi di dollari (poi cresciuta nel corso dei mesi), ha puntato per più del 90% sui vaccini, e solo in piccola parte sugli anticorpi monoclonaliGli anticorpi monoclonali sono anticorpi del tutto simili a quelli che il sistema immunitario produce contro i “nemici” (batteri, virus e altro ancora), ma non sono presenti in modo naturale nel nostro organismo. Vengono creati in laboratorio, grazie a tecniche di ingegneria genetica, e sono mirati contro un preciso bersaglio della malattia, identificato dai ricercatori: per esempio, nel caso del Covid, contro la proteina SpikeLa proteina Spike caratterizza visivamente il coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid 19): è infatti la protuberanza che somiglia a una corona presente sulla superficie di questa famiglia di virus. È formata da due componenti: una chiamata S1, che si aggancia al recettore Ace2 (una proteina presente su molte delle nostre cellule: in particolare, in quelle dei polmoni, del cuore, dell’intestino, dei reni, e nel rivestimento dei vasi sanguigni), e costituisce la porta d’ingresso usata dal virus per entrare nelle cellule stesse. La componente S2, invece, ha il compito di attaccare le cellule e iniziare “l’invasione”. Le mutazioni di SARS-CoV-2 modificano soprattutto la superficie della componente S1, rendendola capace di arpionare in modo più efficiente Ace2, e di creare legami più stretti. Possiamo immaginare S1 come una superficie irregolare le cui protuberanze si agganciano ad Ace2, similmente a quanto avviene per i tasselli di un puzzle, e S2 come un pungiglione che si conficca all’interno della cellula bersaglio.  , utilizzata dal coronavirus per entrare nelle cellule e infettarle. Una volta prodotti, vengono fatti moltiplicare in laboratorio, identici, in un numero grandissimo di copie, o di cloni (per questo vengono chiamati monoclonali), e poi immessi nell’organismo del paziente, in genere tramite infusione (endovena). e su altri possibili farmaci. 

Grazie anche a questa ingente massa di denaro sono stati messi a punto in brevissimo tempo numerosi tipi di vaccini, come sappiamo, per la prima volta nella storia, alcuni già approvati dall’Agenzia europea del farmaco (EMA) e da Swissmedic, e altri in via di approvazione o nelle fasi conclusive di una sperimentazione che è stata rapidissima, proprio grazie a un immane sforzo economico, senza precedenti. 

Premesso che, secondo gli esperti, il vaccino costituisce la prevenzione più efficace nei confronti della malattia indotta dal virus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid-19), oltre alle norme di distanziamento e all’utilizzo corretto della mascherina, perché una quota così ridotta di fondi pubblici è stata destinata alla ricerca sugli anticorpi monoclonali o altri farmaci, che comunque possono svolgere un ruolo importante? Lo abbiamo chiesto a una voce estremamente autorevole, il professor Silvio Garattini, scienziato, medico, docente in chemioterapia e farmacologia, fondatore e a lungo direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri" di Milano.
«La ragione principale e fondamentale - spiega Garattini - sta proprio in ciò che i vaccini rappresentano, ossia l’arma migliore per sconfiggere la malattia, e non solo. Se distribuiti in tempi veloci, i vaccini sono anche in grado di difenderci dall’insorgenza di numerose possibili varianti del virus. La grandissima sproporzione in termini economici tra denaro destinato ai vaccini e i fondi devoluti agli altri farmaci risiede proprio nella loro imprescindibile utilità della prevenzione. Attualmente sono allo studio circa sessanta tipi diversi di vaccini in tutto il mondo. Ciò non toglie che anche gli anticorpi monoclonali, farmaci noti da tempo e utilizzati per la cura di alcune malattie croniche come, ad esempio, l’artrite reumatoide o il morbo di Crohn, siano importanti dal punto di vista terapeutico. Attualmente - continua Garattini - ne sono stati approvati due dall’AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco (ma non ancora dall’EMA, ndr), ossia quelli prodotti da Regeneron e da Eli Lilly. Ma almeno altri due sono in corso di studio e validazione negli Stati Uniti, e ne avremo successivamente parecchi altri in un futuro prossimo. Quello che sappiamo ora, però, è che gli anticorpi monoclonali agiscono solo nelle prime fasi della malattia e andrebbero utilizzati su pazienti a rischio (per età, problemi del sistema immunitario, comorbilità...), a domicilio, da personale specializzato, proprio per evitare l’ospedalizzazione. Gli anticorpi monoclonali non hanno effetto sulla malattia in stadio avanzato. Certo, sarebbe molto utile averne a disposizione, e per questo (discorso analogo a quello dei vaccini) bisogna implementarne la prenotazione e l’acquisto da parte delle nostre Autorità». 

Esistono altri farmaci, oltre ai vaccini e agli anticorpi monoclonali, per la prevenzione e la cura del Covid-19?

«Si possono utilizzare altri anticorpi che funzionano in maniera analoga agli anticorpi monoclonali, ma hanno una struttura più semplice e possono essere usati anche sotto forma di aerosol. Si chiamano nanobodies (sono, appunto, frammenti di anticorpi) e possono costituire un’arma importante perché sono anche più potenti dei monoclonali stessi. Ma, anche in questo caso, bisogna seguire l’evoluzione della produzione di questi farmaci. Esistono poi gli antivirali, farmaci utili a impedire le fasi replicanti del virus. Sono stati efficacemente studiati per l’infezione da HIV. Sarebbe quindi utile, anzi fondamentale e imprescindibile, avere una "regia": un gruppo di coordinamento, cioè, in grado di verificare costantemente lo stato dell’arte in relazione ai programmi di ricerca messi a punto nel mondo per sconfiggere un virus che stiamo continuando a studiare e a cercare di comprendere».
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Nella foto, Silvio Garattini (© Getty Images - Mondadori Portfolio)

Data ultimo aggiornamento 6 feb 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


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Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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