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Per tenere sotto controllo le riacutizzazioni del Crohn bisogna tenere alto l’umore

Più che agli antidepressivi e all’esercizio fisico, per tenere sotto controllo il morbo di Crohn, infiamamzione cronica intestinale di origine autoimmune, bisogna prestare attenzione al tono dell’umore: tutto ciò che lo migliora, ha ripercussioni positive misurabili anche sui sintomi e sui marcatori dell’infiammazione. Lo dimostra una metanalisi pubblicata dagli specialisti del King’s College di Londra sulla rivista del gruppo di Lancet eBiomedicine, nella quale sono state verificati 28 studi (su un campione iniziale di oltre 15.000) che hanno coinvolto poco meno di 1.800 pazienti.

Terapia cognitivo comportamentale o CBT, mindfulness, terapia per l’accettazione e l’approccio attivo, interventi contro ansia e depressione e altre forme di cure rivolte al benessere psicologico si sono rivelate più efficaci di farmaci antidepressivi ed esercizio fisico. In più, riescono a ridurre i valori dei due marcatori tipici del Crohn, la proteina C reattiva del sangue e la calprotectina fecale, in media del 18%: un valore più elevato rispetto a ciò che si ottiene, in media, con gli antidepressivi, o con gli esercizi.

Se le crisi sono tenute sotto controllo grazie a un umore migliore – fanno notare gli autori - , si possono poi ridurre o evitare i farmaci specifici per il Crohn come l’infliximab che, oltretutto, sono costosi e gravati da effetti collaterali. I trattamenti psicoterapici, per quanto non a buon mercato, sono comunque più economici, e privi di effetti collaterali.

E che si tratti di un beneficio specifico lo si vede anche dalla relazione dose-effetto: più evidenti sono i miglioramenti del tono dell’umore, più grandi sono gli effetti sul Crohn.

Tutto ciò, infine, conferma i legami molto stretti tra infiammazione, tono dell’umore, autoimmunità e malattie intestinali, sempre più evidenti, e oggetto di un numero crescente di studi specifici.

 

A.B.
Data ultimo aggiornamento 31 gennaio 2024
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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