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Per abbassare l’infiammazione autoimmune
c’è un rimedio molto efficace: lo zenzero

Lo zenzero o ginger potrebbe rivelarsi molto utile per tutti coloro che hanno una malattia autoimmune, la cui conseguenza è sempre un’infiammazione. Uno studio appena pubblicato sul Journal of Clinical Investigation Insights mostra infatti che i supplementi a base di zenzero hanno un chiaro effetto antinfiammatorio, e spiega anche in che modo esso si esplichi.

Da sempre, alcune medicine tradizionali attribuiscono qualità antinfiammatorie allo zenzero, ma finora non si era mai capito esattamente come esso agisse contro la risposta infiammatoria. Per questo i ricercatori dell’Anschutz Medical Campus dell’Università del Colorado si sono concentrati su una delle popolazioni di molecole del sistema immunitario protagoniste dell’infiammazione, i neutrofili, che danno luogo a un fenomeno chiamato NETosi, cioè la formazione, all’esterno delle cellule, di una sorta di reticolato fibroso che favorisce la formazione di trombi, e hanno cercato di capire se lo zenzero avesse qualche effetto su di essa. A tale scopo, hanno somministrato per via orale alcuni supplementi con i principi attivi del ginger, i gingeroli, ad alcuni modelli animali di malattie autoimmunitarie come il lupus o la sindrome da antifosfolipidi o l’artirte reumatoide, e dimostrato che la NETosi si riduce sensibilmente e, con essa, calano il rischio di acutizzazioni dell’attacco autoimmune e quello di formazione di trombi venosi profondi. Quindi hanno fatto lo stesso con nove persone sane, invitate ad assumere 100 milligrammi di gingeroli al giorno per una settimana, e confermato la riduzione dell’attività di NETosi dei neutrofili all’esterno delle cellule.

Ora lo stesso gruppo condurrà i primi test su persone con malattie autoimmuni, ma nel frattempo gli autori ritengono che i pazienti possano parlare con i propri medici della possibilità di assumere zenzero come complemento alle terapie, anche perché, alle dosi normalmente presenti nei supplementi, e consigliate in questi casi, non sembrano esserci rischi.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 2 ottobre 2023
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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