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Nanoparticelle “dolci” per frenare la fibrosi polmonare

di Agnese Codignola

La fibrosi polmonare è una condizione molto difficile da affrontare, la cui incidenza è aumentata notevolmente a causa del Covid-19. Il tessuto fibrotico e poi cicatriziale che si forma all’interno dei polmoni non può infatti tornare alla condizione precedente: per questo la malattia è cronica ed evolve negativamente, rendendo difficile respirare. Inoltre, anche quando il processo è in corso, è molto complicato fermarlo, perché è scatenato da un’infiammazione estesa per bloccare la quale si deve ricorrere a un’immunosoppressione, che tuttavia rischia di mettere fuori gioco anche le normali difese, esponendo il malato ad altri pericoli come quelli legati alle infezioni.

Per tali motivi i ricercatori dell’Università dell’Illinois Chicago, lavorano da diversi anni su terapie più specifiche, che sfruttino le particolarità della malattia per agire in modo più selettivo ed efficace. Ora sembrano essere arrivati molto vicini a risultati che potrebbero presto tradursi in terapie.

Come sempre accade in questi casi, i passi in avanti sono nati da una migliore conoscenza dei meccanismi biologici che sottendono il processo patologico, in questo caso la trasformazione dei tessuti, e nello specifico dal fatto che negli anni scorsi è stato dimostrato un ruolo centrale dei macrofagi. Questi ultimi sono elementi fondamentali del sistema immunitario innato, che vanno incontro a diversi tipi di reazioni e trasformazioni. Alcuni esprimono sulla superficie un recettore per uno zucchero, il mannosio, chiamato CD206. È stato dimostrato che proprio questa sottopopolazione di macrofagi è molto presente in chi soffre di fibrosi polmonare e tende a rimpiazzare quella dei macrofagi meno specializzati, danneggiando i tessuti attraverso la sintesi di mediatori quali il fattore di crescita chiamato Transforming Growth Factor-Beta 1 (TGFβ1).

Partendo da ciò, i ricercatori hanno sintetizzato delle nanoparticelle ricoperte di mannosio e legate all’albumina, che ne facilita il trasporto fino nei polmoni. Come illustrato sulla rivista scientifica PNAS, una volta arrivate a contatto con i macrofagi dei polmoni, si legano a questi ultimi grazie all’interazione con il recettore CD206. Il legame innesca anche la liberazione del contenuto delle nanoparticelle stesse, che è un modulatore dell’espressione dei geni legati alle sostanze pro-infiammatorie. Nella fattispecie, si tratta di un piccolo frammento di RNA (chiamato siRNA, small-interfering RNA) che “spegne” la produzione di TGFβ1. In sintesi, quindi, le nanoparticelle si legano specificamente alla sottopopolazione di macrofagi tipici della fibrosi e impediscono loro di sintetizzare e rilasciare mediatori alla base alla malattia.

Per il momento sono stati condotti i primi test, sia su modelli animali che su tessuto polmonare umano in vitro, ottenendo esiti positivi. Nel prossimo futuro il gruppo di ricerca (che nel 2014, dopo i primi successi con le nanoparticelle veicolate dall’albumina, ha dato vita a una start-up chiamata Nano Biotherapeutics) proseguirà con le sperimentazioni, nella speranza di giungere presto ai primi tentativi sui pazienti.

Data ultimo aggiornamento 16 aprile 2022
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: polmoni, RNA




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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