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L’occhio secco si può curare anche con l’olio di ricino arricchito con manuka e kanuka

Per contrastare la sindrome dell’occhio secco, disturbo diffusissimo, soprattutto dopo una certa età, ed esacerbato dall’utilizzo di lenti a contatto e dalle lunghe permanenze davanti agli schermi dei device, potrebbe essere utile un rimedio naturale, molto efficace e migliore rispetto a ciò che viene consigliato di solito, cioè farmaci a base di antibiotici e antinfiammatori, che non sono mai risolutivi, se non sul breve periodo, e che possono comportare effetti collaterali e conseguenze quali la resistenza gli antibiotici. 

Gli oculisti dell’università di Aukland, in Nuova Zelanda, hanno infatti sperimentato, per ora su 26 soggetti con blefarite (l’infiammazione delle palpebre che è responsabile dell’80% dei casi di occhio secco), una soluzione, applicata con un roller, di olio di ricino (estratto dalla pianta Riccinus communis) spremuto a freddo addizionato di olio di manuka (Leptospermum scoparium) e di kanuka (Kunzea ericoides), altri due oli vegetali estratti da piante neozelandesi. Hanno così visto un chiaro (e misurabile) miglioramento di sintomi quali il rossore del margine palpebrale, l’ispessimento della palpebra e la presenza di batteri, nonché una riduzione della formazione di croste sulle ciglia.

L’effetto dell’olio è stato così positivo che al momento gli oculisti stanno reclutando un centinaio di persone, per condurre una sperimentazione controllata con un placebo e giungere, auspicabilmente, all’approvazione di una terapia che è basata su un principio attivo – l’olio di ricino – utilizzato nella medicina tradizionale neozelandese e non solo da millenni.

 

A.B.
Data ultimo aggiornamento 9 febbraio 2024
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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