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Il virus HIV rallentato dai lockdown,
ma adesso sta tornando a crescere

di Caterina Allegro

L’estate è il momento giusto per riportare l’attenzione su un tema importante e delicato: quello delle infezioni sessualmente trasmesse (in sigla, IST). Dal 14 al 16 giugno si è tenuto a Bergamo il 14° Congresso nazionale ICAR (Italian conference on Aids and Antiviral Research), mentre alla fine del mese, l’Istituto Superiore di Sanità italiano ha pubblicato il Notiziario con i dati aggiornati alla fine del 2020 sulle IST. Particolare attenzione è stata posta sull’infezione da Hiv che, al pari di tutte le altre IST, risulta in continuo aumento negli ultimi anni, ma che nel 2020 ha subito un drastico calo delle diagnosi. Il 47 per cento in meno rispetto al 2019. Non c’è da rallegrarsi, perché il virus continua a esistere e a circolare anche se, probabilmente, «nel periodo dei lockdown c’è stata una ridotta esposizione dei contatti sessuali a rischio: il problema principale, però è che, a causa del Covid, molti centri specialistici sono stati costretti a ridurre le attività e questo ha significato una minore affluenza di utenti» - afferma la dottoressa Barbara Suligoi, epidemiologa e responsabile del Centro Operativo Aids dell’Istituto SUperiore di Sanità. - Anche i test per le IST sono diminuiti di circa un terzo nel 2020 rispetto all’anno precedente».

Per l’Aids non esiste una cura definitiva, ma il trattamento d’elezione per l’infezione da Hiv è la terapia antiretrovirale (Art), una combinazione di farmaci che blocca la replicazione del virus e permette una qualità e un’aspettativa di vita molto simile a quella di una persona sana. Inoltre, la terapia efficace, con Hiv azzerato in chi l’assume abolisce completamente la possibilità di trasmettere il virus con rapporti sessuali non protetti.

«Trent’anni fa, quando si è cominciata a somministrare la terapia antiretrovirale, i pazienti dovevano assumere un gran numero di compresse ogni giorno, e oltre a trovare difficoltà nel rispettare la corretta aderenza alla terapia, spesso la abbandonavano perché troppo impegnativa» - ricorda la dottoressa Suligoi. 

«Già da diversi anni si è riusciti a ridurre la terapia antiretrovirale a un’unica compressa quotidiana, che contiene un mix di due o tre principi attivi, a seconda del trattamento necessario - precisa il professor Franco Maggiolo, co-presidente Icar. - Inoltre, con i farmaci di ultima generazione le criticità sono decisamente diminuite, sia in termini di tollerabilità che di efficacia. Rimane il fatto che il paziente dovrà assumerli regolarmente per tutta la vita, e l’aderenza alla terapia è fondamentale per assicurarne l’efficacia». 

Per questo una parte della ricerca si è concentrata sulle terapie long lasting (di lunga durata): «Attualmente, anche in Italia sono disponibili trattamenti che prevedono l’iniezione intramuscolo di due farmaci (rilpivirina e cabotegravir) da effettuare in contemporanea ogni due mesi, in sostituzione delle compresse quotidiane» -spiega il professor Maggiolo. - La comodità di questa soluzione è relativa alle esigenze del singolo paziente: per chi assume già diversi farmaci il trattamento long lasting potrebbe essere un vantaggio, un pensiero in meno; per altri, invece, essere legati a un programma rigido di iniezioni può risultare più complicato». Per questo sono allo studio anche terapie a lento rilascio sottocutaneo. 

LA DIMINUZIONE DEI TEST - Mentre la ricerca avanza, preoccupa senz’altro il calo dei test denunciato dagli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, perché la diagnosi precoce riveste grande importanza nell’efficacia della terapia, come ricorda la dottoressa Suligoi: «Se oggi una persona di vent’anni viene diagnosticata immediatamente dopo il contagio da Hiv e inizia subito la terapia antiretrovirale, può aspirare a un’aspettativa e a una qualità di vita praticamente analoghe a quelle di una persona senza Hiv. Negli anni ’80, invece, scoprirsi sieropositivi era come una condanna a morte. Per questo è molto importante fare subito il test nel caso ci si sia esposti al rischio di contagio: se l’infezione è all’inizio, la terapia è estremamente efficace. Una diagnosi fatta troppo tardi può trovare il sistema immunitario già in parte compromesso e aumenta la probabilità di malattie opportunistiche (patologie causate dal sistema immunitario compromesso, ndr)». 

Con l’infezione da Hiv è possibile vivere per anni senza sintomi e accorgersi del contagio quando compare una malattia opportunistica. Allo stadio clinico avanzato dell’infezione, cioè l’AIDS vero e proprio (Acquired immune deficiency sindrome), si può arrivare con molta lentezza, ma a quel punto l’organismo ha perso la sua capacità di combattere anche le infezioni più banali.

RESISTENZA AI FARMACI - Al congresso ICAR si è posto l’accento anche sul problema della resistenza ai farmaci: «Il virus dell’Hiv ha un’altissima capacità di mutare, migliaia di volte in più del Sars-Cov-2, tanto per fare un esempio attuale - spiega il professor Maggiolo. - C’è quindi il rischio che, mutando spesso, il virus diventi resistente a tutti farmaci disponibili, specialmente nei pazienti che seguono la terapia antiretrovirale da tempo e magari con una scarsa aderenza. Per poter trattare anche i pazienti “multiresistenti” la ricerca sta esplorando due strade: la formulazione di farmaci con nuovi meccanismi d’azione (e nei prossimi 5/6 anni li vedremo arrivare), e quella di farmaci in grado di bypassare le farmacoresistenze già in atto».

IL POSSIBILE VACCINO - Un altro importante fronte della ricerca riguarda la formulazione di un vaccino «che in decenni di studi, tuttavia, è andato incontro a continui fallimenti, sempre a causa dell’alta capacità di mutare da parte del virus Hiv» - spiega Suligoi. «Bisogna ammettere che in questo campo siamo più o meno all’anno zero - conferma Maggiolo. - Detto questo, esistono dei trial vaccinali in corso su vaccini preventivi, anche in Italia, ma le criticità che hanno bloccato l’evoluzione negli ultimi decenni ancora restano. Il virus cambia molto, anche in assenza di pressione selettiva, e questa particolarità, finora, non ha permesso di arrivare a una formulazione efficace». 

LA TERAPIA PREVENTIVA - Ultima strategia contro il virus, di certo non meno importante, è la terapia preventiva, detta PrEP (Pre-exposureprofilaxis), «che consiste nella somministrazione di farmaci antivirali in persone sieronegative, ma che ritengono di poter contrarre l’Hiv perché magari hanno un partner positivo, o perché potrebbero avere contatti sessuali non protetti con persone a rischio» - spiega la dottoressa Suligoi. Il farmaco si assume un po’ come la pillola anticoncezionale, tutti i giorni e prima di esporsi al rischio di contagio, e blocca un enzima dell’Hiv chiamato Trascrittasi inversa, impedendo al virus di moltiplicarsi. Se assunta regolarmente come prescritto dall’infettivologo, riduce il rischio di infezione del 99 per cento. «Attualmente l’unico farmaco approvato per la Prep è il Truvada (mix di tenofovirdisoproxil ed emtricitabina) - spiega il professor Maggiolo. - Pur essendo un’opzione preventiva molto valida, nel nostro Paese si sta diffondendo con lentezza, anche perché non è coperta dal Sistema sanitario nazionale. In altri Paesi come la Francia e gli Stati Uniti, invece, è gratuita, una scelta politica a mio parere lungimirante perché, limitando i contagi con una piccola spesa, permette poi di risparmiare nella cura delle persone che si ammalano».

«Oggi in Italia la terapia preventiva viene somministrata solo in alcuni centri di malattie infettive, e solo sotto la supervisione di un infettivologo esperto in terapie antiretrovirali - aggiunge la dottoressa Suligoi. - Ciò è dovuto innanzitutto al fatto che il farmaco può dare effetti collaterali e le persone che l’assumono devono essere informate sui rischi e sui benefici, oltre che venire monitorate periodicamente. Inoltre la PrEP, senza la supervisione dell’infettivologo e un counseling accurato alla persona che assume la terapia, potrebbe esporre a comportamenti a rischio. Se la PrEP protegge dall’Hiv, infatti, non ha però nessuna efficacia contro le altre infezioni sessualmente trasmesse. Si tratta quindi di un percorso che richiede una stretta collaborazione fra medico e paziente, e che mira anche a una gestione responsabile della propria vita sessuale. Più libera, certo, ma sempre responsabile».

I FARMACI POST-ESPOSIZIONE - La PrEP non è da confondersi con la Pep, Profilassi Post Esposizione: un trattamento della durata di un mese, sempre con farmaci antiretrovirali, che va iniziato entro 48 ore dal contatto a rischio e riduce la possibilità di infettarsi. Anche in questo caso si segue un protocollo medico molto preciso, che prevede necessariamente un test iniziale e controlli periodici per verificare la tollerabilità della terapia.

Data ultimo aggiornamento 3 agosto 2022
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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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