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I dubbi su efficacia e sicurezza
dei nuovi vaccini anti-Covid

di Agnese Codignola

Sono sicuri i vaccini contro il Covid 19 che vengono già somministrati nell’Unione Europea, in Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti e in un numero sempre crescente di altri Paesi? Le autorità sanitarie mostrano fiducia, ma - come hanno fatto notare molti esperti nelle ultime settimane (e anche la rivista Nature, con una lunga “revisione”) - la situazione è delicata: l’immensa quantità di denaro profusa negli studi sui vaccini da una parte, e la drammaticità della pandemia dall’altra, hanno spinto le aziende a bruciare le tappe, a fare in poche settimane ciò che normalmente avrebbe richiesto mesi o anni (il tempo di sviluppo medio di un vaccino è 15 anni), e le agenzie regolatorie ad accettare scorciatoie in modo tale che, qualora ci siano tutti i dati necessari, si possa procedere con la massima urgenza.
Restano però da chiarire moltissimi aspetti. Per esempio: le sperimentazioni tuttora in corso al momento diranno se i vaccini stimolano o meno la produzione di anticorpi, ma non se questi anticorpi sono sufficienti a neutralizzare il virus, né se il virus, grazie al vaccino, è destinato a scomparire, o a diventare endemico: una differenza enorme. 

Si sa poi che la reazione del sistema immunitario a questo virus è molto diversa nelle fasce d’età, ma i test in corso, con poche eccezioni, sono tutti su persone adulte e sane. Su anziani e i bambini, cioè su coloro che per primi dovrebbero ricevere l’immunizzazione, e i cui sistemi immunitari sono profondamente diversi, c’è poco o nulla.

Nessuno inoltre può dire oggi se l’immunità sarà di lunga durata, o magari virtualmente definitiva, né se il virus, trovandosi di fronte una popolazione vaccinata, sarà in grado o meno di mutare velocemente per diventare insensibile. 

C’è poi il fondamentale capitolo della sicurezza: è successo, anche in un passato recente, che un vaccino arrivasse vicinissimo all’approvazione ma che, proprio negli studi di fase 3, emergessero seri effetti inattesi quali la narcolessia, oppure la sindrome di Guillain Barrè, una neuropatia infiammatoria acuta, o, ancora, una reazione esagerata ed anomala del sistema immunitario detta ADE (da Antibody-Dependent Enhanced). E questo ha fatto sì che, per certe infezioni, non si sia trovato un vaccino sicuro ed efficace: è il caso, per esempio, dell’AIDS, della malaria, di numerose febbri tropicali come la dengue, così come di un vaccino universale per i virus influenzali, mai messo a punto.

A tutto ciò si sommano poi le difficoltà tecniche, perché produrre miliardi di dosi di un preparato biologico non è un’impresa da poco, soprattutto per le aziende – e ce ne sono, tra quelle in corsa – che non lo hanno mai fatto prima e non possiedono una propria filiera. Bisogna disporre di fermentatori e bioreattori da migliaia di litri, catene del freddo, ambienti sterili, e poi fiale e tappi anch’essi sterili, e imballi tecnici, e poi tonnellate di adiuvanti, cioè di sostanze che potenziano la risposta, spesso indispensabili, ma che sono ancora ricavati, in molti casi, da fonti naturali, come lo squalene (dal fegato di squalo) e le saponine (da un albero cileno). Sembrano dettagli, ma non lo sono, e possono fare la differenza.

A questo si aggiungono le perplessità di parte della comunità scientifica sui vaccini più innovativi, quelli genetici, perché nessun vaccino di quel tipo è mai stato utilizzato nell’uomo prima d’ora. Storicamente i vaccini erano realizzati con l’agente patogeno vivo ma reso inoffensivo, oppure disattivato. Questo assicurava una forte risposta immunitaria, ma esponeva a qualche rischio, perché nel primo caso non si può escludere una mutazione che lo faccia tornare alla natura originaria, e nel secondo si può innescare la sindrome ADE. Oggi ce ne sono ancora così, anche se sono una minoranza. E alcuni di quelli anti-Covid più avanti sono di questo tipo, come uno di quelli cinesi (SinoVac) e quello russo (Gamaleya), con i dubbi del caso.

Poi si è passati a vaccini basati sul solo antigene o parte di esso, cioè su ciò che stimola la risposta del sistema immunitario (in questo caso la cosiddetta proteina SpikeLa proteina Spike caratterizza visivamente il coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid 19): è infatti la protuberanza che somiglia a una corona presente sulla superficie di questa famiglia di virus. È formata da due componenti: una chiamata S1, che si aggancia al recettore Ace2 (una proteina presente su molte delle nostre cellule: in particolare, in quelle dei polmoni, del cuore, dell’intestino, dei reni, e nel rivestimento dei vasi sanguigni), e costituisce la porta d’ingresso usata dal virus per entrare nelle cellule stesse. La componente S2, invece, ha il compito di attaccare le cellule e iniziare “l’invasione”. Le mutazioni di SARS-CoV-2 modificano soprattutto la superficie della componente S1, rendendola capace di arpionare in modo più efficiente Ace2, e di creare legami più stretti. Possiamo immaginare S1 come una superficie irregolare le cui protuberanze si agganciano ad Ace2, similmente a quanto avviene per i tasselli di un puzzle, e S2 come un pungiglione che si conficca all’interno della cellula bersaglio.  , utilizzata dal coronavirus per entrare nelle cellule). L’antigene (il "bersaglio", cioè, appunto, la proteina spike) può essere somministrato all’organismo in molti modi quali, per esempio, l’utilizzo di altri virus disattivati, oppure nanoparticelle o altri materiali. In questi tipi di vaccino la sicurezza è maggiore, ma c’è sempre bisogno di un "adiuvante", perché da soli gli antigeni non sono quasi mai sufficienti, soprattutto negli anziani, a stimolare una risposta del sistema immunitario. Tra quelli in corsa, la maggior parte appartiene a questa categoria, come nel caso di quello congiunto GlaxoSmithKline/Sanofi e di quello di Astra Zeneca/IRBM/Oxford.

Poi si è pensato di somministrare qualcosa ancora più a monte, e cioè le informazioni genetiche necessarie a produrre la proteina spike. È il caso di quello di Moderna e di quello di Pfizer. E qui arrivano le incognite. Si tratta infatti di iniettare nel corpo umano un frammento di genoma di un virus. Il quale, sfruttando la "macchina" (machinery) metabolica dello stesso corpo, attiva la produzione di proteina spike. Quest’ultima, a sua volta, innesca la reazione immunitaria. 

Il processo, che teoricamente dovrebbe procedere con queste tappe, in realtà è molto delicato, anche perché si è visto che il Sars-CoV 2 sconvolge profondamente il sistema immunitario e non è detto che si comporti come previsto dalla teoria. Va detto che i test precedenti, cioè le prove prima in vitro, poi sui modelli animali, quindi nelle fasi 1 e 2 nell’uomo, sono stati rassicuranti. Ma moltissimi esperti invitano a valutare scrupolosamente ogni aspetto, e a non correre. Se ci dovesse essere qualche “incidente”, magari dopo l’immissione in commercio, il danno sarebbe incalcolabile. 

Il movimento anti-vax è in crescita da anni in tutto il mondo, e una battuta d’arresto di questo tipo potrebbe avere conseguenze gravissime (è già successo, nella storia recente) in termini di fiducia. Senza contare che potrebbe costare vite o causare malattie. Ecco perché bisogna aspettare che la ricerca segua il suo corso e fornisca le risposte più corrette e fondate, e non quelle che si vorrebbero sentire.

Data ultimo aggiornamento 28 dec 2020
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Vedi anche: • Covid-19, giusto farsi infettare per accelerare i test-vaccino?


Tags: coronavirus, Covid-19, Pfizer, vaccini




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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