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Finalmente una terapia efficace
anche contro l’epatite Delta

di Agnese Codignola

C’è un’epatite virale più rara e meno nota delle più conosciute A, B e C, che tuttavia è anche una delle più gravi: quella chiamata Delta. Questo tipo di epatite porta più frequentemente delle altre verso l’evoluzione in fibrosi, cirrosi e poi, non di rado, in tumore e scompenso epatici, che in alcuni casi possono risultare fatali, anche perché la Delta si presenta sempre in seguito a un’epatite B, e permane insieme a questa infezione,  con un rischio che aumenta tra chi fa uso di sostanze iniettabili o derivati del sangue, e in alcune popolazioni con uno specifico corredo genetico. È quindi sempre al centro di infezioni multiple, che mettono a dura prova il fegato.

Finora, l’unica terapia era l’interferone alfa pegilato, una sostanza che agisce sul sistema immunitario e che, quindi, è poco specifica, non priva di effetti collaterali, e che non è mai risolutiva, in questi pazienti. Ora, però, c’è una buona notizia, perché il bulevirtide o BLV, un farmaco approvato per l’epatite B, si è mostrato quasi totalmente risolutivo anche contro la Delta. Autorizzato nel 2020, in via provvisoria, ha confermato tutte le sue potenzialità anche contro il virus Delta in due studi appena pubblicati, uno dei quali italianoCome già accaduto per la forma di tipo C, anche l’epatite Delta potrebbe quindi diventare un’infezione del tutto curabile.

Il primo studio è stato coordinato da Pietro Lampertico, della Divisione di gastroenterologia ed epatologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda, dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano su 18 pazienti con una forma di epatite D già evoluta in cirrosi, ma ancora compensata (cioè ancora sotto controllo), trattati per 48 settimane con 2 milligrammi di BLV e nessun’altra terapia (il farmaco è previsto come monoterapia) e controllati poi nel tempo, per altre 72 settimane. I risultati, illustrati su una delle riviste scientifiche più importanti del settore, il Journal of Hepatology, sono stati molto positivi, perché hanno mostrato che il virus era quasi completamente scomparso dall’organismo dei pazienti. Inoltre, tutti gli esami hanno segnalato che l’infiammazione epatica era migliorata decisamente

Questi risultati, peraltro, sono stati affiancati dal report di uno dei primi casi trattati a Milano, nel quale un paziente, dopo tre anni di monoterapia, non ha più alcun segno della presenza del virus Delta nel sangue o nel fegato.

Il secondo studio, pubblicato dagli epatologi del Department of Gastroenterology, Hepatology and Endocrinology della Hannover Medical School di Hannover (Germania) su JHEP Reports, ha analizzato la situazione di 114 pazienti trattati con BLV per un periodo di tempo inferiore, pari a 24 settimane in media, e anche in questo caso ha mostrato come in 87 di loro si sia avuto un miglioramento dell’infiammazione tipicamente associata all’infezione: un dato perfettamente in linea con quelli italiani. Nel campione tedesco come in quello italiano, gli aspetti clinici sono risultati in chiaro miglioramento, e la terapia è stata considerata sicura e ben tollerata.

L’ultima cura specifica per l’epatite Delta è stata introdotta nel 1977: da 45 anni quindi non c’erano novità di rilievo per chi ammala di epatite D. Per questo la possibilità di avere un nuovo farmaco è stata salutata con grande interesse.

SPUNTA ANCHE L’EPATITE DA CIRCOVIRUS - Nel frattempo, l’istituto Pasteur di Parigi ha segnalato, mediante in articolo pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases, il primo caso al mondo di epatite da circovirus, in una donna sessantunenne sottoposta a trapianto di cuore-polmoni 17 anni fa. Nel 2021 la paziente, seguita attentamente per decenni, e della quale erano disponibili numerosissimi campioni biologici, ha iniziato a manifestare i segni di un’infiammazione epatica. I medici hanno effettuato accurate indagini genetiche, e sono giunti alla conclusione che era stata infettata da un tipo di virus finora isolato solo negli animali, in particolare nei maiali, contro il quale esistono vaccini specifici, ribattezzato temporaneamente human circovirus 1 o HCirV-1. Da notare che nei campioni raccolti fino al 2019 non ci sono tracce di questo virus, ma in seguito è evidente la sua replicazione nel fegato: evidentemente, dopo il 2019 è successo qualcosa, anche se non si sa ancora cosa. La donna, trattata con antivirali, è poi migliorata, ma ora i ricercatori sono al lavoro per cercare di capire da dove sia arrivata l’infezione, se ci sia stato un salto di specie o spillover e ogni altro possibile particolare, compresi possibili legami con i casi di epatite pediatrica fulminante segnalati in Gran Bretagna, Irlanda e in altri paesi circa un anno fa, sui quali restano molti punti interrogativi. Nel frattempo, al Pasteur hanno messo a punto un test specifico, da usare in caso di segnalazioni sospette. 
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(In alto, il fegato in un’illustrazione di Viktoriia Symonenko / iStock)

Data ultimo aggiornamento 31 marzo 2023
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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