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Ecco quando il Covid “disturba”
anche il sistema nervoso

di Paola Scaccabarozzi

Quanto interferisce il virus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid-19) con il sistema nervoso? All’inizio della pandemia l’attenzione era stata posta soprattutto sui danni che il virus può infliggere ai polmoni, ma ben presto ci si è resi conto che in determinati casi il SARS-CoV-2 ha la possibilità, e la capacità, di "agganciarsi" anche alle cellule nervose. Una serie di studi e di evidenze cliniche rilevate direttamente sui malati ha poi confermato questa ipotesi, e aperto nuove consapevolezze sul rapporto Covid-disturbi neurologici. Uno degli esperti italiani che più si sono dedicati a questo tema è Vincenzo Silani, professore ordinario di neurologia e direttore della Scuola di specializzazione in neurologia dell’Università degli Studi di Milano, nonché direttore dell’Unità operativa di neurologia e stroke unit all’Istituto Auxologico Italiano. Silani ha anche preso parte alla stesura di un protocollo della Società Italiana di Neurologia (SIN) per la definizione delle possibili conseguenze neurologiche del Covid-19. 

Professore, quali sono i passaggi che hanno portato alla comprensione di questi nuovi aspetti?
«La prima considerazione - spiega Silani - riguarda il fatto che ACE2, ossia il recettore attraverso il quale il virus riesce a legarsi e a penetrare nelle cellule, è presente non solo su tutto l’albero respiratorio, ma anche nel sistema nervoso centrale.
Un altro dato che ci ha colpito è che l’infezione può determinare un calo nella percezione dei sapori e degli odori. L’iposmia e l’ipogeusia (questi i nomi tecnici della perdita dell’olfatto e del gusto, rispettivamente) hanno suggerito un accesso del virus per via nasale direttamente nel sistema nervoso, con la possibilità di raggiungere strutture nervose, per esempio, del tronco encefalo, deputate anche alla regolazione della respirazione».

Quanti sono i malati di Covid-19 che mostrano anche un coinvolgimento del sistema nervoso?
«L’osservazione dei casi neurologici acuti ha messo progressivamente in evidenza che circa il tre-quattro per cento dei pazienti con una grave infezione da Covid-19 possono andare incontro a manifestazioni neurologiche che arrivano a comprendere, nei casi più seri, l’encefalite, la meningite, fino all’ ictus, polineuropatie acute, attacchi epilettici e trombosi venose cerebrali.
Ma anche le forme più moderate di Covid-19, che riguardano la maggior parte delle persone colpite dal virus (oltre agli asintomatici), possono essere associatei a uno sfumato interessamento del sistema nervoso, non solo caratterizzato dalla  perdita del gusto e dell’olfatto. Oltre alla febbre, alla nausea, alla tosse e ai dolori muscolari, infatti, possono associarsi cefalea (talvolta senza febbre), stati confusionali, vertigini, mancanza di concentrazione, episodi di disorientamento, deliri, instabilità della marcia e della postura». 

Per quanto riguarda il post Covid, qual è l’impatto sul sistema nervoso centrale nel lungo temine?
«Coloro che hanno avuto gravi forme di Covid (circa il 5-10% per cento dei positivi), e sono stati anche intubati, necessitano di un attento monitoraggio neurologico dopo la fase acuta della malattia, per verificare l’eventuale concorrenza di problematiche neurologiche e di eventuali ulteriori complicanze nel lungo termine.
Ma anche le persone che hanno avuto forme più lievi, subendo “solo” la perdita dell’olfatto e del gusto, possono risentire di uno stato post-Covid, che a volte si trascina per settimane o mesi, anche se il tampone risulta negativo. Non solo l’iposmia e l’ipogeusia possono perdurare a lungo (fino a diversi mesi), ma una sintomatologia neurologica sfumata può accompagnarsi con un impatto psicologico severo in chi lo sperimenta. Vanno poi ad aggiungersi le conseguenze psicologiche legate all’isolamento, all’eventuale ospedalizzazione (per i pazienti più gravi) e alla paura di perdere o infettare i propri cari.
Per quanto riguarda le conseguenze neurologiche più a lungo termine per chi ha contratto il Covid-19, attualmente si fanno tante ipotesi che non hanno, però, un’evidenza scientifica. Bisognerà attendere e studiare, perché il virus SARS-CoV-2 è nuovo, e non ancora compreso nelle sue molteplici espressioni».

 

 

Data ultimo aggiornamento 21 dec 2020
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Vedi anche: • Un “classico” cortisonico rivela poteri anti-coronavirus


Tags: Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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