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E finalmente sono in arrivo
anche i vaccini "normali"

di Agnese Codignola

Stanno per arrivare, e potrebbero costituire una svolta decisiva per le campagne di immunizzazione di tutto il mondo. Sono i vaccini anti-Covid più tradizionali, basati su singole proteine del coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia) o su parti di esse già formate, e non, come accade per quelli a mRNA (Pfizer e Moderna), sui geni che codificano per queste molecole (le proteine del virus stimolano, poi, il sistema immunitario e lo rendono pronto a un eventuale incontro con il virus “completo”). Il primo vaccino “tradizionale”, della statunitense Novavax, ha già ottenuto un via libera in Gran Bretagna e Indonesia, ed è in attesa dei pronunciamenti da parte di tutte le principali autorità sanitarie tra le quali la Food and Drug Administration statunitense (atteso entro fine anno), la European Medicine Agency, e poi le omologhe canadese, australiana e quelle di numerosi altri, singoli Paesi.

I vantaggi che offrono questi prodotti rispetto a quelli più innovativi a vettore virale o a mRNA, riassunti anche in un articolo della rivista scientifica Nature, sono diversi. Innanzitutto, si tratta di tecnologie consolidate, impiegate da almeno una trentina d’anni per produrre vaccini contro un gran numero di infezioni sia virali che batteriche. Esistono quindi, nel mondo, molti stabilimenti con personale qualificato per la loro realizzazione. Inoltre non richiedono condizioni di conservazione particolarmente delicate ma solo, in genere, temperature come quelle di un qualunque frigorifero, caratteristica che facilita enormemente la logistica, la distribuzione e la somministrazione. In più, per loro natura, possono essere ottenuti da colture cellulari relativamente facili ed economiche da mantenere, come quelle che derivano da insetti, lieviti, o piante o, ancora, da cellule umane o di mammifero utilizzate da decenni per le più varie applicazioni. A queste colture cellulari si fa sintetizzare la proteina che, una volta completata, viene estratta, purificata e unita a una sostanza che ne potenzia le capacità immunogeniche, detta adiuvante, e il vaccino è pronto. 

L’adiuvante, a sua volta, può essere a base di alluminio, squalene (un acido grasso estratto dal fegato di squalo) o di saponine (sostanze derivate dalla corteccia di un albero cileno), e - per limitare al massimo il rischio di carenze nelle forniture di queste sostanze - negli ultimi mesi sono stati fatto grandi sforzi produttivi e organizzativi, visto che la richiesta, per miliardi di dosi di vaccino, era schizzata a livelli mai visti prima. Tutto ciò ha richiesto tempo, così come ha comportato più tempo il fatto che, nelle versioni più moderne di questi vaccini, ci sono molte possibili variazioni sul tema: in alcuni casi si è puntato sulla proteina SpikeLa proteina Spike caratterizza visivamente il coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid 19): è infatti la protuberanza che somiglia a una corona presente sulla superficie di questa famiglia di virus. È formata da due componenti: una chiamata S1, che si aggancia al recettore Ace2 (una proteina presente su molte delle nostre cellule: in particolare, in quelle dei polmoni, del cuore, dell’intestino, dei reni, e nel rivestimento dei vasi sanguigni), e costituisce la porta d’ingresso usata dal virus per entrare nelle cellule stesse. La componente S2, invece, ha il compito di attaccare le cellule e iniziare “l’invasione”. Le mutazioni di SARS-CoV-2 modificano soprattutto la superficie della componente S1, rendendola capace di arpionare in modo più efficiente Ace2, e di creare legami più stretti. Possiamo immaginare S1 come una superficie irregolare le cui protuberanze si agganciano ad Ace2, similmente a quanto avviene per i tasselli di un puzzle, e S2 come un pungiglione che si conficca all’interno della cellula bersaglio. intera (uno dei bersagli principali del virus SARS-CoV-2), in altri sulle sue parti più immunogeniche, cioè più capaci di indurre una risposta del sistema immunitario. Inoltre, in alcuni vaccini la proteina è data così com’è (e come tale viene introiettata dalle cellule dell’ospite, che poi esprimeranno sulla superficie esterna le parti che innescheranno la produzione di anticorpi), mentre in altri viene incapsulata in particelle di grasso che ne dovrebbero facilitare la captazione. 

Per questo le aziende hanno impiegato più tempo per giungere alle fasi cliniche: hanno dovuto ottimizzare le soluzioni contro un virus che non aveva mai infettato l’uomo, che era in gran parte sconosciuto, e trovare il vaccino più efficace, talvolta fallendo, al primo tentativo. Un esempio delle battute d’arresto (che non devono stupire e che, anzi, sono in un certo senso la prova del fatto che si è proceduto sempre cercando di ottenere il massimo effetto immunogeno possibile) arriva da due tra i principali produttori di vaccini dell’epoca pre-covid: la britannica GlaxoSmithKline e la francese Sanofi che, per l’occasione, avevano stabilito una partnership, al fine di suddividersi i compiti e accelerare. La prima avrebbe fornito l’adiuvante, la seconda la proteina. Ma qualcosa è andato storto, e i primi vaccini si sono rivelati poco potenti, con un dosaggio insufficiente e pari a circa un quinto di quello che in seguito è risultato efficace; questo ha costretto le due aziende a ricominciare tutto daccapo, e a ripensare appunto dosaggi e assortimenti. La nuova formulazione però è arrivata, ed è ora alle fasi finali dei trial clinici (nella cosiddetta fase 3) condotti in Africa, America del Sud e Asia. I risultati finali sono attesi entro poche settimane.

Oltre al vaccino di GSK-Sanofi e a quello di Novavax, che nei dati preliminari relativi a 30.000 persone sembra offrire una protezione del 90% contro i sintomi del Covid, ve ne sono altri due molto vicini all’approvazione in diversi Paesi: quello di Clover Biopharmaceuticals, azienda di Chengdu, in Cina, e quello di Biological E. di Hyderabad, in India. Entrambi potrebbero contribuire non poco ad aumentare il tasso di vaccinazioni dei Paesi in via di sviluppo, al momento fermo a meno del 10% della popolazione. Proprio per questo la CEPI, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations lanciata a inizio pandemia per aiutare a sviluppare prima possibile vaccini per tutti, aveva investito più di un miliardo di dollari in cinque vaccini proteici. 

Per quanto riguarda quello di Clover, i dati preliminari hanno mostrato un’efficacia del 67% contro il Covid di qualunque livello di gravità, e anche se si tratta di un valore inferiore al vaccino di Novavax, va ricordato che il prototipo di Clover è stato sperimentato nei Paesi dove circolavano le varianti peggiori del virus, come la delta, la delta plus e la mu, e che gli anticorpi indotti da entrambi sono sovrapponibili a quelli scatenati dai vaccini a mRNA.

Un altro aspetto incoraggiante dei vaccini proteici in studio è la sicurezza: in tutte le sperimentazioni sui diversi prodotti, non sono mai emersi effetti collaterali significativi, a parte qualche malessere nelle ore immediatamente successive all’inoculazione (gli eventi sono considerati del tutto simili a quelli indotti dal vaccino antinfluenzale). Questo è un aspetto decisivo sia per convincere gli adulti ancora esitanti, sia per rassicurare i genitori e favorire così la somministrazione anche ai bambini più piccoli, qualora giungano le approvazioni e le indicazioni specifiche.

Infine, anche se solo una parte dei vaccini proteici attualmente in sperimentazione dovesse raggiungere il traguardo della commercializzazione, si confida in loro per i richiami, anche perché sembra sempre più chiaro che assortire le tipologie nelle successive inoculazioni aumenta le capacità immunogeniche. 

Data ultimo aggiornamento 20 nov 2021
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Vedi anche: • Che cosa è andato storto con il vaccino tedesco Curevac




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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