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Covid, terza dose del vaccino?
I dati per ora sono insufficienti

di Agnese Codignola

Via via che la variante delta del coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid-19) dilaga e, con essa, risalgono contagi e ricoveri, diversi Paesi che si ritenevano relativamente al sicuro stanno varando nuove limitazioni, per quanto ancora circoscritte, nel tentativo di evitare di ritrovarsi in autunno, alla ripresa delle attività produttive, con un’ennesima ondata di Covid tale da costringere a nuovi lockdown. E, parallelamente, stanno pensando a una nuova fase della propria campagna vaccinale (o, in alcuni casi, hanno già iniziato a programmarla): quella per la somministrazione della terza dose. 

Negli Stati Uniti i Centers for Diseases Control di Atlanta, nei giorni scorsi, hanno raccomandato il richiamo per tutti gli immunodepressi, peraltro approvato pochi giorni prima dalla FDA (l’ente che si occupa del controllo dei farmaci). Il via libera è arrivato in seguito alla pubblicazione, sul New England Journal of Medicine, dei dati relativi a 60 pazienti trapiantati e sottoposti a una terza dose di vaccino Moderna, che avrebbero risposto meglio di un analogo numero di trapiantati, trattati con un placebo, allo stimolo immunologico. Anche i dati provenienti da studi analoghi resi noti nelle ultime settimane hanno confermato questi risultati. Ma il Governo statunitense ha fatto un passo ulteriore: ha deciso di raccomandare la terza dose a tutti coloro che abbiamo completato il ciclo vaccinale da otto mesi o più.
Altri Paesi hanno annunciato di avere in programma lo stesso tipo di provvedimento, con cadenze variabili (per esempio raccomandando il richiamo a chi ha più di 50 o 60 anni). E anche l’Italia ha deciso di somministrare la terza dose alle persone più fragili, dal punto di vista immunologico, come chi si è sottoposto a un trapianto.

Tuttavia, contemporaneamente, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha lanciato un appello quasi disperato affinché si stabilisca una moratoria internazionale e si eviti di somministrare la terza dose fino a quando tutti i Paesi del mondo non avranno completato la copertura almeno del 10% della propria popolazione. Un valore simbolico, che servirebbe comunque a poco, ma che contribuisce a richiamare tutti ai propri doveri etici verso i Paesi che non possono pagare i vaccini quanto quelli più sviluppati, e ricorda il fatto che, come è accaduto con la variante delta, emersa in una nazione in piena crisi da Covid, l’India, fino a quando non ci sarà una limitazione molto più elevata alla circolazione del virus, neppure i Paesi più ricchi saranno al sicuro, anzi. L’Agenzia europea per il farmaco, l’EMA, nel frattempo, si è schierata sul fronte dell’OMS, sottolineando che non vi sono prove del fatto che la terza dose sia necessaria o comunque utile, e non è quindi scientificamente fondata l’idea di procedere in questo senso, pur essendo in presenza di una variante, come la delta, altamente contagiosa. La decisione di Paesi come Germania e Francia di procedere con la terza dose è dunque prettamente politica, e presa in base al principio di (forse eccessiva) precauzione.

Ma che cosa dicono i dati oggi disponibili sul tema? In generale, tutti gli studi condotti finora mostrano un quadro relativamente omogeneo: i vaccini a RNA modificato (Pfizer-BioNTech e Moderna) e quelli a vettore virale (AstraZeneca e Johnson & Johnson) proposti in occidente assicurano un’immunità che dura a lungo, che non è ancora svanita dopo otto mesi dalle prime inoculazioni, e che, pur diminuendo leggermente, si mantiene più che soddisfacente anche quando i vaccini, progettati contro il ceppo originario di SARS-CoV-2, incontrano una delle varianti in circolazione. Notizie anche migliori provengono da chi è stato contagiato e ha superato la malattia: l’immunità dura ancora più a lungo, al punto che per costoro è sufficiente una sola dose di vaccino.
Sia questi ultimi che le persone vaccinate possono essere infettate dal coronavirus, ma nella stragrande maggioranza dei casi ciò si traduce in una malattia asintomatica o con sintomi lievi, che non comportano quasi mai la necessità di un ricovero, e ancora meno frequentemente quella di un passaggio in terapia intensiva, o un decesso.

Tuttavia, secondo un articolo che risponde alle principali domande pubblicato dalla rivista scientifica Nature, le questioni in campo sull’opportunità di una terza dose sono state spesso mal poste. Innanzitutto, per quanto riguarda l’efficacia del vaccino, va ricordato che ciò che conta sono, più che gli anticorpi, i linfociti B e T, cioè le cellule della memoria immunitaria: mentre la concentrazione di anticorpi specifici è sempre destinata a scemare, quella di linfociti può fare la differenza. Se essa è sufficiente, l’organismo, tutte le volte che incontra il virus, riprende a sintetizzare anticorpi e altre forme di difesa, e questo assicura la protezione. Se non lo è, può essere necessario un richiamo.
Pertanto, basarsi sulla quantità degli anticorpi per decidere se e quando sia il caso di consigliare un richiamo, non ha molto senso, secondo gli immunologi. Piuttosto, uno studio appena pubblicato sulla rivista Immunity dagli specialisti della Perelman School of Medicine, nell’ambito del quale è stata analizzata nel più piccolo dettaglio la risposta di 36 persone vaccinate e di 11 persone che avevano avuto la malattia, dimostra che in entrambi i casi i linfociti T ci sono, e sono sufficienti: un dato che, da solo, potrebbe mettere fortemente in discussione la necessità della terza dose e che rinforza l’idea che per i guariti ne basti una.

Un altro aspetto messo in evidenza da Nature è quello che riguarda gli immunodepressi, una popolazione che ormai è costituita da milioni di persone in tutto il mondo, grazie all’aumento di coloro che superano gravi malattie quali i tumori, o sono in cura per patologie autoimmuni con immunosoppressori o, ancora, che hanno subito un trapianto. Anche se alcuni dati mostrano che un richiamo può aumentare la risposta anche in chi non ha reagito adeguatamente, non ci sono prove che tale risposta avvenga in tutti, o che sia sufficiente.

La situazione insomma, è assai più articolata e complessa di ciò che lasciano intendere le aziende produttrici di vaccini. Le quali stanno fortemente spingendo per la terza dose (Pfizer/BioNTech e Moderna in testa), e stanno presentando alle agenzie regolatorie dati a supporto dell’efficacia della terza somministrazione sull’aumento della produzione di anticorpi (sulla quale, in realtà, sussistono ben pochi dubbi). Ma il punto è un altro e ciò non dimostra la necessità di una nuova somministrazione.
La prova? Nessuno oggi sa neppure quale sia la concentrazione di anticorpi anti SARS-CoV-2 sufficiente ad assicurare la protezione dal Covid, perché non è stato ancora possibile identificare tale valore-soglia. Ogni decisione rispetto a nuove campagne vaccinali è pertanto solo politica, almeno per ora.

(Nella foto dell’agenzia iStock, la sede dell’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra) 

Data ultimo aggiornamento 23 aug 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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