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Cosa sappiamo veramente
del laboratorio di Wuhan

di Yuri Draghi

Cos’è successo veramente nel laboratorio cinese ad alta sicurezza (in sigla, BSL4) di Wuhan, messo sotto accusa da Donald Trump, ma anche dai governi di diversi altri Paesi, per le presunte responsabilità nella diffusione del COVID-19? Proviamo a mettere in fila le notizie certe di cui disponiamo, cercando di avvicinarci alla verità, senza scivolare nelle polemiche.

Innanzitutto una premessa. Senza le ricerche nei laboratori BSL4, dove si studiano gli agenti patogeni più pericolosi, oggi non avremmo terapie contro l’Ebola o l’HIV. Questi laboratori sono pochi nel mondo, perché richiedono una grandissima serie di cautele (e di costi), e - normalmente - rispettano standard di sicurezza molto elevati.

Ma veniamo al coronavirus umano SARS-CoV-2, responsabile della malattia COVID-19. Gli scienziati concordano sul fatto che SARS-CoV-2 derivi dal virus di pipistrello RaTG13, o - in via teorica - da un altro virus simile che non abbiamo ancora individuato. RaTG13 è stato trovato nelle caverne del sud-ovest della Cina sette anni fa. Come ha fatto un virus di pipistrelli così lontani a finire dentro le persone di Wuhan, ad almeno 1.500 chilometri di distanza?
Una possibilità è la trasmissione naturale dall’animale all’uomo, come è già successo per i coronavirus SARS1 e MERS, e per molti altri virus (dall’influenza all’HIV, e alla febbre gialla). La seconda possibilità è che il RaTG13 sia stato portato nel laboratorio di Wuhan e da lì sia uscito mutato, diventando SARS-CoV-2.
In quel laboratorio avevano RaTG13? Sì, sono stati proprio i ricercatori di Wuhan a trovarlo nel guano di pipistrello, durante una serie di spedizioni scientifiche, nel 2013. Come facciamo a saperlo? Lo ha rivelato la scienziata Shi Zhengli-Li, direttrice del Centro malattie infettive di quel laboratorio, che nel 2020 ha pubblicato quanto aveva trovato nel 2013. Perché ha aspettato 7 anni prima di pubblicare la sequenza di quel virus? Non si sa. Attendere così tanto non è comune, ma può succedere.

Va bene, ma SARS-CoV-2 non è proprio uguale a RaTG13. E il virus di pipistrello, in ogni caso, non infetta l’uomo. Allora, come ha fatto a cambiare? Il processo può essere stato totalmente naturale, magari attraverso un animale intermedio (il pangolino?), come è già successo, ad esempio, con il MERS-coronavirus, che è passato dal pipistrello al cammello, e poi all’uomo.
Oppure questi cambiamenti sono stati realizzati in laboratorio. È possibile? Sì, tecnicamente. Si tratta, però, di esperimenti rischiosi, che tra il 2015 e 2018 erano stati proibiti nel mondo occidentale, e che - secondo molti scienziati - non andrebbero più fatti, perché il gioco non vale la candela. Si dovrebbero utilizzare sistemi alternativi, sostengono numerosi esperti, che possono insegnarci quasi altrettanto, senza alcun rischio.
In ogni caso, pochi laboratori al mondo fanno questo genere di esperimenti, con tecniche di ingegneria genetica, per capire come gli agenti patogeni potranno evolvere e diventare più aggressivi verso gli uomini (e per trovare possibili rimedi). Un numero ancora più ristretto di laboratori effettua questi esperimenti sui coronavirus. Si contano sulle dita di una mano. Un lavoro di questo genere, eseguito sui topi, è apparso nel 2015 sulla rivista scientifica Nature Medicine. Chi erano gli autori? Uno scienziato del North Carolina (Stati Uniti) e Shi Zhengli-Li, del laboratorio di Wuhan.

Va bene, a Wuhan avevano il virus di pipistrello e facevano esperimenti che avrebbero potuto renderlo trasmissibile agli umani (per esempio, innestando nel suo genoma tratti di codice genetico di altri tipi di coronavirus). Ma il laboratorio di Wuhan è di massima sicurezza (BSL4, dicevamo, cioè BioSafetyLevel 4), come solo pochi altri nel mondo. Non possono uscire virus o altri microrganismi, o sostanze tossiche, da lì. Le misure di sicurezza sono elevatissime. È mai capitato? Sì. Per esempio, l’ultima morte per vaiolo è stata provocata da un’infezione in laboratorio, a Birmingham (Gran Bretagna), nel 1978. Un anno prima, invece, si ipotizza che un laboratorio in Russia abbia lasciato scappare un virus influenzale, anche se di questo non c’è una certezza assoluta.
Però erano gli anni ’70, e adesso le misure di sicurezza sono molto maggiori - verrebbe da dire. Certo, ma è pur vero che nel 2015 un laboratorio del Dipartimento della Difesa statunitense ha spedito per errore una serie di campioni di antrace (Bacillus anthracis) attivi ad altri nove laboratori e a una base militare nella Corea del Sud. 

Qualcosa di simile è mai successo con i coronavirus? Sì, il virus SARS1 ha infettato personale di laboratorio quattro volte: due a Pechino, una a Singapore e una a Taipei

Ultima parte del puzzle. Come ha riferito il Washington Post, nel 2018 (dunque, in tempi non sospetti) l’ambasciata statunitense in Cina era andata a ispezionare più volte il laboratorio BSL4 di Wuhan, e si era subito messa in contatto con Washington, lamentando gravi lacune nei sistemi di sicurezza e chiedendo che le autorità americane aiutassero Wuhan a migliorare (ma questo non è mai avvenuto, purtroppo). 

Insomma, il virus SARS-CoV-2 può essere arrivato all’uomo attraverso processi totalmente naturali. Non sarebbe la prima volta, né l’ultima. Ma può anche essere uscito per errore da un laboratorio di Wuhan che studiava i coronavirus. Anche in tale caso non sarebbe la prima volta. Questo non significa portarsi a casa le provette e farle cadere per errore in mezzo a un mercato. Più semplicemente, un tecnico di laboratorio potrebbe infettarsi e ammalarsi di ciò che pensa sia poco più di un raffreddore e si rivela, invece, il COVID-19.

Solo i servizi segreti potranno, forse, trovare le tracce di un eventuale errore di laboratorio. Se invece si scoprisse un numero elevato di casi di COVID-19 avvenuti in luoghi diversi e prima dell’esplosione dell’epidemia a Wuhan, allora l’ipotesi di trasmissione naturale diventerebbe più probabile.

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Nella foto dell’agenzia iStock, colonne luminose lanciano messaggi di incoraggiamento - "Forza Wuhan!" - in una piazza di Shenyang (nord-est della Cina)

Data ultimo aggiornamento 16 may 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Vedi anche: 
È il pangolino l’animale che ha “incubato” il Covid-19?
Dal super-sistema immunitario dei pipistrelli cure per noi?


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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