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Con i raggi infrarossi
diagnosi più “facile” e precoce

La diagnosi di artrite reumatoide (e, più in generale, delle patologie reumatiche), non sempre facile, potrà essere agevolata in futuro da una tecnica non invasiva, ma molto efficace (almeno secondo i primi studi): l’analisi all’infrarosso della temperatura di alcuni dei punti più colpiti dall’infiammazione, quali palmo e dita della mano, che nei malati sono più caldi rispetto a quanto avviene nei soggetti sani. Lo suggeriscono i risultati pubblicati sulla rivista Scientific Reports, del gruppo Nature, dai ricercatori dell’Università dello Staffordshire (Gran Bretagna). Come funziona? Seguendo le specifiche linee guida dell’American Thermology Association e usando una telecamera chiamata Flir T630 therma, gli studiosi hanno verificato le temperature del palmo e delle dita su un’ottantina di persone. Ebbene, il risultato è stato che la temperatura critica per il palmo è di 31,5°C, e per le dita 30,3 °C: al di sotto di tali valori il soggetto è da considerare sano, al di sopra può essere colpito da artrite reumatoide.

L’ecografia non riesce a rilevare le differenze di temperature, e la termografia potrebbe quindi colmare un vuoto diagnostico, soprattutto per le fasi precliniche, con infiammazione bassa o non ancora troppo dolorosa, permettendo così di intervenire per prevenire il peggioramento. 

Questo metodo, inoltre, è facile da utilizzare (per il personale medico) e potrebbe quindi trovare impiego soprattutto nelle strutture sanitarie che non possono permettersi strumentazioni più sofisticate. Inoltre ogni malato ha una sua configurazione termica, e questa tecnica all’infrarosso potrebbe servire per compilare una vera e propria mappa dell’andamento della malattia, utile per personalizzare poi le cure.

A.C.
Data ultimo aggiornamento 15 dec 2019
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: artrite reumatoide




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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