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Clorochina contro coronavirus:
un successo solo mediatico

di Agnese Codignola

Un farmaco racconta bene l’emotività che, comprensibilmente, caratterizza questo periodo di crisi causata dal coronavirus: è l’idrossiclorochina. Esaltata da alcuni politici come Donald Trump, Jair Bolsonaro e, indirettamente, Emmanuel Macron, è stata protagonista, insieme alla sua parente stretta clorochina, di una vera e propria  corsa all’accaparramento priva di un reale fondamento scientifico, che ha portato singole persone, ma anche e soprattutto governi, a farne incetta e a sperimentare diversi protocolli e assortimenti sui pazienti, nel disperato tentativo di trovare una terapia efficace contro il Covid-19. Ma ora si trova a fare i conti con dati tutt’altro che soddisfacenti, e con i molti possibili danni arrecati a centinaia, se non migliaia di malati in tutto il mondo.

Approvata nel 1955 come antimalarico, poi rivelatasi utile anche contro alcune patologie autoimmuni quali l’artrite reumatoide e il lupus, l’idrossiclorochina, come la clorochina, appartiene alla classe delle 4-amino-chinoline, molecole efficaci contro alcuni tipi di protozoi (tra cui quelli, appunto, che provocano la malaria). La loro azione si esplica in diversi modi, non del tutto noti, come ricorda una review (cioè una revisione della letteratura scientifica sull’argomento) pubblicata in questi giorni sul British Medical Journal, significativamente intitolata Clorochina e idrossiclorochina nel Covid-19: l’uso di questi farmaci è prematuro e potenzialmente pericoloso. Ciò che si sa è che alterano il pH interno delle cellule dell’ospite, e questo rende molto difficile la replicazione dell’RNA virale all’interno di esse. Inoltre agiscono a livello della porta d’ingresso del virus nelle cellule, il recettore ACE2, e anche questo potrebbe avere un effetto antivirale. Infine, interferiscono con i linfociti T (cellule fondamentali del sistema immunitario) e con la produzione di interleuchina 2 (una molecola importante per l’attivazione dei linfociti T) - anche se queste azioni, in verità, potrebbero anche essere più controproducenti che utili.

In ogni caso, ci sono i presupposti teorici per pensare che la clorochina e l’idrossiclorochina possano essere attive contro il virus SARS-CoV-2, che provoca il Covid-19. Tuttavia negli anni scorsi sono variamente state sperimentate in vitro e su modelli animali contro molte infezioni virali tra le quali Zika, chikungunya, Ebola, Epstein-Barr, febbre suina e altre. E non hanno mai dimostrato di essere efficaci. Al contrario, talvolta hanno peggiorato la situazione.

Accanto a questo, ci sono le tossicità, molto conosciute proprio perché si tratta di terapie in uso da decenni. Come ricorda una review appena uscita sul Canadian Journal of Medical Association, le più gravi sono a carico del fegato e del cuore, e possono essere – sia pure raramente – fatali, anche perché il dosaggio tossico non è troppo lontano da quello terapeutico. E poi ce ne sono molte altre, per esempio psichiatriche, sull’occhio, sulla cute, sul metabolismo degli zuccheri. Tutte dipendono dal patrimonio genetico di chi assume la terapia, dalla dose, dalla durata della stessa e dalle eventuali malattie preesistenti. Oltre a ciò, questi farmaci tendono ad accumularsi e a interagire negativamente con altre terapie, e per questo sono sconsigliati in una lunga serie di patologie concomitanti (delle quali soffrono quasi tutti gli anziani che si ammalano di Covid-19). E non è finita: gli effetti sui linfociti e sull’interleuchina 2 potrebbero peggiorare la condizione dei malati di Covid-19. Inoltre, non si può escludere che, come avvenuto in molti Paesi per la malaria, anche il coronavirus riesca a diventare resistente, e questi farmaci diventino del tutto inutili.

Pur essendo note a tutti queste limitazioni, l’idrossiclorocohina è al centro di molte sperimentazioni, la più grande delle quali è quella dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) chiamata Solidarity, nella quale è compresa anche la clorochina. L’Università di Oxford ha poi lanciato un altro mega trial che ha suscitato più di una perplessità, proprio per i rischi di tossicità da accumulo: vuole somministrare idrossiclorochina o clorochina a 40.000 tra medici e infermieri in tutto il mondo per tre mesi, e verificare se possa essere o meno usata come terapia preventiva. 

In Italia l’idrossiclorochina è utilizzata per via sperimentale su alcuni pazienti ricoverati, e consigliata per uso compassionevole per quelli a casa, sempre sotto strettissimo controllo medico e in osservanza con quanto stabilito dall’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA ), a sua volta in recepimento di quanto affermato dall’Agenzia Europea per il Farmaco (EMA). Entrambe hanno scritto più volte che l’efficacia non è dimostrata, e che si tratta di farmaci da utilizzare con molta attenzione, se si vuole rispondere alle richieste del pubblico, che spera in queste terapie perché le sente propagandare dai media. Analoghe considerazioni sono arrivate dalla Food and Drug Administration (FDA, l’ente che sovraintende all’uso dei farmaci negli Stati Uniti), dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani, e da molti farmacologi di tutto il mondo. Ancora di recente sono state emesse indicazioni che invitano alla prudenza e a non usare l’idrossiclorochina in diverse classi di pazienti tanto dalla FDA, quanto dall’EMA e, da ultimo, anche dall’omologa agenzia canadese.

Il richiamo è giunto dopo la pubblicazione di una casistica molto preoccupante, quella dei malati trattati nel circuito degli ospedali per veterani degli Stati Uniti. Dei 97 malati trattati con idrossiclorochina, il 28% non ce l’ha fatta, contro l’11% dei 158 non trattati; e anche tra i 113 trattati con idrossiclorochina più l’antibiotico azitromicina (il protocollo proposto dai  medici francesi) la mortalità è stata del 22%. Va detto che non si tratta di un vero e proprio studio, ma i numeri sembrano lasciare pochi dubbi sulla reale pericolosità della terapia, soprattutto se data in modo indiscriminato a persone che, magari, hanno qualche patologia cardiaca, o altri problemi.

Il grande successo dell’idrossiclorochina è stato, insomma, più che altro mediatico, e ha avuto origine tanto dall’entusiasmo espresso più volte in pubblico da Donald Trump, puntualmente smentito dal suo consigliere scientifico per il Covid-19 ed ex direttore dei CDC Anthony Fauci, e dalla vicenda francese, che ha suscitato anch’essa la critica unanime della comunità scientifica internazionale. A Marsiglia opera infatti Didier Raoult, un medico assai discusso (che nega l’evoluzione darwiniana e il cambiamento climatico, per restare alle sue affermazioni più eclatanti), e che cura i malati di Covid-19, come dicevamo, con l’idrossiclorochina e un antibiotico (e quindi antibatterico), l’azitromicina. Raoult ha pubblicato i dati relativi a pochissimi pazienti e, a detta di numerosissimi colleghi di altrettanti Paesi, si tratta di dati inutilizzabili perché di pessima qualità statistica. Ma, come ha ricordato anche la rivista Science in un articolo dedicato proprio alla politicizzazione della vicenda, il presidente francese Macron di recente ha fatto visita a Raoult, e anche se non ha commentato quanto visto, il gesto è stato interpretato come un avallo, fatto anche per timore di una reazione negativa del movimento dei gilet gialli, favorevoli alla cura Raoult. Come fa notare ancora Science, nulla di tutto questo ha a che fare con la medicina e la scienza. 

Nel frattempo l’AIFA si occupa del rischio di esaurimento delle scorte di idrossiclorochina destinate ai pazienti con lupus e artrite reumatoide, per evitare il quale la Sanofi, azienda produttrice di una delle formulazioni più usate, ha deciso di regalare 100 milioni di dosi in 50 Paesi. L’Italia, tramite il Ministero della salute, ha iniziato a produrla in modo autonomo, visto che non esiste più un brevetto, incaricando della sintesi lo Stabilimento Farmaceutico Militare di Firenze.
Secondo uno studio appena uscito sul Journal of Virus Eradication, ogni compressa non dovrebbe costare più di 8 centesimi di dollaro ma, via via che la richiesta è cresciuta, anche il prezzo, soprattutto online, è lievitato, insieme al rischio di acquistare prodotti contraffatti, non di rado pericolosi. Avere una produzione statale assicurerà la disponibilità di una terapia sicura e a prezzo controllato.

Data ultimo aggiornamento 10 may 2020
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Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.