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«Verosimile che ogni anno
il vaccino vada ricalibrato»

di Paola Scaccabarozzi

La partita è a due: noi e il virus. Lo scopo non è quello di vincere la battaglia perché SARS-CoV-2 (il virus responsabile della malattia Covid 19) è molto probabile che sia qui per restare. L’obiettivo è quello di scongiurare gli effetti peggiori del virus sulla nostra società, ossia ridurre al minimo gli accessi in ospedale per garantire cure migliori a chi è malato di Covid, per continuare a diagnosticare e curare tutte le altre patologie, croniche e acute, che non sono ovviamente scomparse. A cascata ciò significa rendere la nostra vita, la “più normale possibile”.
Questo l’incipit e punto di partenza imprescindibile dell’intervista al professor Luca Guidotti, virologo e patologo di fama internazionale, vicedirettore scientifico dell’ospedale San Raffaele di Milano e responsabile di uno dei più completi laboratori di ricerca su SARS-CoV-2, l’unico a disporre di modelli animali di Covid-19.
Con lui abbiamo cercato di fare il punto circa lo stato dell’arte dell’andamento della pandemia e del suo ipotetico sviluppo. 

Quali sono i principali fattori in gioco riguardo il nostro presente e futuro prossimo con SARS-CoV-2?
«Due sono gli aspetti determinanti che contengono al proprio interno numerose variabili - risponde Guidotti. - Il primo è l’impatto che vaccini e altri farmaci (incluso gli antivirali) avranno sulla risposta immunitaria del nostro corpo nei confronti di un virus ancora pressoché sconosciuto e con cui l’uomo sta facendo i conti per la prima volta nella storia. Perché se con i coronavirus l’umanità e gli animali convivono da tempo (sono stati classificati più di 3000 coronavirus), di SARS-CoV-2 si conosce ancora pochissimo. 
In secondo luogo: l’esito del nostro futuro dipende da quale sarà il comportamento del virus nel corso del tempo».

Partendo dai vaccini: quali gli aspetti su cui focalizzare la nostra attenzione?
«Il concetto di partenza è lo scopo per cui vengono utilizzati, che non è l’immunità di gregge (il meccanismo in grado di assicurare il contenimento del virus per mancanza di soggetti suscettibili all’infezione). Si tratta, infatti, di una finalità illusoria per più ragioni: nessuno oggi può dire quale debba essere la percentuale di popolazione vaccinata da raggiungere per ottenerla; la campagna vaccinale non avrà lo stesso impatto in tutti i Paesi e il mondo è strettamente connesso; non ci sono al momento vaccini per i più piccoli (anche se Pfitzer e Moderna stanno conducendo studi, verosimilmente pronti entro l’estate, sulla popolazione pediatrica e sugli adolescenti); non sappiamo come i vaccini si comporteranno contro future e più resistenti varianti, che certamente compariranno, e non sappiamo quanto durerà l’immunità da vaccino».
Certo è però che il vaccino sta scongiurando le manifestazioni della malattia, soprattutto nelle sue forme gravi ed è quindi uno strumento fondamentale e imprescindibile per la lotta al Covid. Lo vediamo osservando ciò che sta accadendo in Gran Bretagna e in Israele, dove le ospedalizzazioni sono significativamente crollate grazie a una campagna vaccinale solerte e massiva. Ed è proprio questo il fine ultimo della vaccinazione: impedire che la malattia si aggravi e porti quindi al collasso il sistema ospedaliero con tutte le conseguenze stranote (a livello della gestione stessa degli ospedali e dell’impatto sulla società a ogni livello) del caso». 

Un segnale di speranza arriva dunque dai vaccini? Quali le prospettive in questo ambito?
«Il numero e le tipologie dei vaccini aumenteranno in maniera significativa nel corso delle prossime settimane e, prevedibilmente, già nel giro di due o tre mesi, di vaccini ce ne saranno parecchi. E vaccinare più velocemente significherà cercare di far fronte alle varianti (che andrebbero sempre più attivamente sequenziate per conoscere meglio il virus e il suo comportamento), anche se non sappiamo ancora se sarà possibile eluderle del tutto, perché il virus sta iniziando solo ora a evolvere in risposta alla pressione vaccinale.
Dobbiamo tenere presente però che i vaccini sinora prodotti sono il frutto di uno sforzo immane, titanico e velocissimo, dettato dall’urgenza del momento. I vaccini approvati in Occidente sono tutti indirizzati verso il bersaglio più ovvio, ossia quella famosa proteina SpikeLa proteina Spike caratterizza visivamente il coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid 19): è infatti la protuberanza che somiglia a una corona presente sulla superficie di questa famiglia di virus. È formata da due componenti: una chiamata S1, che si aggancia al recettore Ace2 (una proteina presente su molte delle nostre cellule: in particolare, in quelle dei polmoni, del cuore, dell’intestino, dei reni, e nel rivestimento dei vasi sanguigni), e costituisce la porta d’ingresso usata dal virus per entrare nelle cellule stesse. La componente S2, invece, ha il compito di attaccare le cellule e iniziare “l’invasione”. Le mutazioni di SARS-CoV-2 modificano soprattutto la superficie della componente S1, rendendola capace di arpionare in modo più efficiente Ace2, e di creare legami più stretti. Possiamo immaginare S1 come una superficie irregolare le cui protuberanze si agganciano ad Ace2, similmente a quanto avviene per i tasselli di un puzzle, e S2 come un pungiglione che si conficca all’interno della cellula bersaglio.   che viene usata dal virus per entrare nelle nostre cellule. Questo coronavirus contiene, però, al suo interno quasi una trentina di altre proteine di cui al momento si sa davvero molto poco. E se i vaccini attualmente presenti sul nostro mercato funzionano stimolando le risposte anticorpali e dei linfociti T contro la sola spike, arriveranno in futuro anche vaccini in grado di stimolare reazioni immuni contro altre proteine del virus. Dovrebbe essere più facile, dunque, gestire eventuali varianti che avrebbero difficoltà a eludere vaccini in grado di stimolare simultaneamente la risposta immune contro diverse componenti del virus». 

E quali, invece, le reazioni del nostro corpo al vaccino?
«Attualmente non sappiamo con precisione quanto durano gli anticorpi, la cui produzione può essere variabile in base alla risposta individuale. Dovremo capire anche la risposta che gli anticorpi danno nei confronti di eventuali varianti. Sembra, però, che il virus e i vaccini lascino una risposta significativa da parte dei linfociti T, ma bisogna ancora verificare come andranno realmente le cose e solo il tempo potrà darci un’indicazione più precisa. Una strada per comprendere meglio il funzionamento del virus è quella di studiare coloro che, esposti a fonti di contagio certe e reiteriate, non si sono ammalati. È stato un approccio molto utile anche in passato, cioè nell’ambito della ricerca per le cure dell’AIDS. Lo ha insegnato una storia che risale al 1978.
È quella di Stephen Crohn, il bis-nipote del noto gastroenterologo Burril Crohn, il primo a descrivere la patologia che ha preso il suo nome. Il compagno di Stephen, Jerry Green, contrasse il virus dell’HIV, ma Crohn ne rimase immune per tutta la vita. Studiando il suo DNA gli scienziati notarono una anomalia genetica (la mutazione delta-32 nel gene CCR5) che lo metteva in riparo dal virus. Grazie a lui e al suo "errore" genetico, gli scienziati sono riusciti a mettere a punto un farmaco, il Maraviroc, che bloccando il recettore CCR5 impedisce la degenerazione della malattia in coloro che sono stati infettati dal virus HIV.
Per quanto riguarda SARS-CoV-2, per ora si sa che chi si ammala più gravemente ha spesso difetti nella produzione di interferone. E lo studio e l’analisi più precisa di questo aspetto potrebbe costituire un buon punto di partenza per una maggiore comprensione della malattia e il conseguente sviluppo di nuovi farmaci».

È dunque anche quella degli antivirali una strada promettente? 
«È questo un ambito molto interessante, che richiede però tempo e parecchi investimenti. Gli antivirali vengono usati da tempo con successo per curare altri virus, come per l’HIV appunto e anche le epatiti croniche. Si tratta però di farmaci molto costosi da produrre, anche se potrebbero riservare sorprese positive pure per la cura del Covid. A oggi, l’unico antivirale approvato contro SARS-CoV-2 (Remdesivir) è sicuramente migliorabile». 

Questa la “battaglia” dalla parte degli umani e… il virus come si comporterà?
«Non lo possiamo sapere con precisione. Quello che possiamo fare, però, è continuare a studiarlo e sequenziarlo per conoscere le varianti che emergeranno, non necessariamente le più letali, ma soprattutto quelle che - diffondendosi più velocemente forse grazie ad una relativa resistenza ai vaccini - ci costringerebbero a cambiare le nostre strategie di “battaglia”. La storia dei coronavirus a oggi endemici nella popolazione aiuta a comprenderli, ma è difficile sapere come si siano effettivamente comportati quando sono “saltati” dagli animali all’uomo in passato, in tempi in cui la vita media era spesso decisamente più breve di quella odierna. Tra le molte infezioni respiratorie che accorciavano l’esistenza ai nostri antenati, c’erano probabilmente anche i coronavirus che si pensa siano poi evoluti verso forme per lo più innocue. Sappiamo che generalmente sono virus che diventano più aggressivi durante la stagione invernale, perché così accade agli altri coronavirus, ed è quello che abbiamo osservato la scorsa estate. Sappiamo anche che i virus non hanno nessun interesse a uccidere l’ospite, ma non possiamo a ora prevedere se e come SARS-CoV-2 evolverà verso forme più innocue o pericolose. Il virus, indipendentemente dai nostri sforzi, giocherà la sua partita in modo autonomo».

Dunque quali i migliori accorgimenti che possiamo mettere in atto?
«Adesione massima alla campagna vaccinale che deve essere solerte, mantenimento delle misure di distanziamento e delle mascherine anche nella fase post vaccino. Ricordiamoci bene che i vaccini a oggi approvati ci proteggono molto efficacemente dalle forme gravi della malattia, ma potrebbero non proteggerci completamente dall’infezione. È possibile, quindi, che una persona vaccinata contragga il virus, risulti positiva e infetti altre persone. Inoltre questi vaccini, seppur molto efficaci e sicuri, non garantiscono una copertura assoluta e la capacità di coprire varianti come quella sudafricana appare ridotta. È verosimile quindi che la partita finisca con la necessità (nostra) di ricalibrare ogni anno il vaccino, come succede per i vaccini influenzali».      

  

Data ultimo aggiornamento 17 apr 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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