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Un papiro trovato in un museo del Cairo
è il primo scritto originale di Empedocle

I musei nascondono spesso tesori sconosciuti, che solo dopo indagini degne di un film vengono alla luce. L’ultimo caso, che ha del clamoroso, è quello dell’Istituito francese di archeologia orientale del Cairo, in Egitto, dove il papirologo dell’Università di Liegi Nathan Carlig ha scoperto che il frammento catalogato come Papyrus P.Fouad inv. 218 conteneva qualcosa che gli antichisti stavano cercando da secoli: una trentina di versi originali del filosofo greco Empedocle, vissuto attorno al IV secolo a.C. e delle cui opere, finora, ci erano giunte solo testimonianze indirette e citazioni di altri autori. E invece ora abbiamo la sua voce originale, che comprende anche alcuni frammenti della Physica, un trattato scientifico che affronta argomenti come gli effluvi e le percezioni sensoriali, in particolare dell’occhio umano. Ora che si leggono le sue parole non mediate da traduttori e scribi, si sono trovati anche riferimenti in filosofi successivi o coevi come alcune contenute in un passo di Plutarco (II secolo a.C.), un dialogo di Platone e un testo di Teofrasto, discepolo di Aristotele, del poeta comico Aristofane, tutti all’incirca coetanei di Empedocle, e perfino nel poeta latino Lucrezio (I secolo a.C.). Empedocle era dunque molto conosciuto e citato, e in base a quanto emerge dalle sue parole può essere considerato un precursore degli Atomisti come Democrito di Abdera, anch’egli suo contemporaneo ma attivo qualche decennio dopo. La scoperta del frammento aiuterà a capire meglio il suo pensiero e a inquadrare i rapporti tra i diversi autori dell’epoca, oltreché ad ascoltare la sua elaborazione filosofica direttamente dalla sua voce.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 18 aprile 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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