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L’allergia alle arachidi si previene anche
con una sensibilizzazione a bassi dosaggi

La terapia di sensibilizzazione alle arachidi, che da qualche anno viene consigliata ai bambini per contrastare l’allergia, e che consiste nell’assunzione di una prima dose bassa, per verificare la reazione, seguita da dosi piuttosto massicce di polvere o estratti noccioline per periodi di tempo prolungati, affinché l’organismo si abitui e non reagisca, potrebbe cambiare, diventando molto più sicura, gestibile e tollerabile. Uno studio appena pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology dai pediatri dell’Università di Toronto, in Canada, e condotto su una cinquantina di bambini, dimostra infatti che per raggiungere gli stessi obbiettivi bastano dosi pari a circa un decimo di quelle consigliate oggi.

Per verificare l’efficacia di quantitativi inferiori durante la fase di mantenimento, successiva a una prima somministrazione da 44 milligrammi (mg) (effettuata sotto stretta sorveglianza medica per evitare shock anafilattici) i bambini, dell’età media di dieci anni, sono stati suddivisi in tre gruppi: uno ha assunto i canonici 300 mg di polvere al giorno, un secondo un decimo e cioè 30 mg e un terzo nessuna terapia, ma l’indicazione di evitare qualunque contatto, il tutto per un anno. Alla fine si è visto che i bambini che erano stati inseriti nel gruppo dei 30 mg avevano completato lo schema previsto più degli altri, avevano sviluppato la stessa tolleranza (misurata attraverso il dosaggio delle specifiche immunoglobuline) e avevano avuto meno effetti collaterali. Un mantenimento con dosaggi più bassi potrebbe quindi diventare presto lo standard, anche perché, a differenza di quello consigliato oggi, non prevede l’assunzione in un centro medico, sotto il controllo di uno specialista, perché non scatena shock anafilattico. L’eventuale reazione si vede infatti con la prima dose, detta di attacco: se non succede nulla di grave, le probabilità che si verifichi uno shock con quelle di mantenimento inferiori, di 30 mg, sono minime.

Uno schema meno aggressivo, se confermato su campioni più ampi di allergici, potrebbe aumentare molto il numero di coloro che aderiscono a questo importante protocollo preventivo verso un’allergia che può essere anche fatale, che interessa circa il 2% dei bambini, e che è in crescita costante da anni.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 20 gennaio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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