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Due buone notizie contro altrettanti funghi spesso mortali e oggi privi di terapie efficaci

Dopo anni di tentativi e ricerche finiti nel nulla, la lotta alle infezioni fungine più pericolose fa segnare due successi, e indica anche la via a nuovi possibili approcci a questi temibili patogeni.

Il primo è nei confronti di uno dei funghi o miceti più pericolosi per le persone immunodepresse, il Cryptococcus neofrmans, che provoca polmoniti spesso letali. Finora, come per tutti gli altri miceti, le opzioni disponibili erano tre: le echinocandine, i primi farmaci introdotti, largamente inefficaci a causa della resistenza; gli azoli, che oggi riescono al massino a rallentare la crescita, e le amfotericine, che possono essere efficaci ma sono anche altamente tossiche, e vengono quindi utilizzate solo in casi estremi.

I ricercatori della McMaster University, nel tentativo di trovare nuove soluzioni, si sono concentrati sugli adiuvanti, cioè su quelle sostanze che dovrebbero amplificare l’effetto dei farmaci e, tra i molti candidati presenti nei loro database, hanno identificato uno chiamato butirrolattolo A, prodotto da uno streptococco, che sembrava interessante anche se, pur essendo stato scoperto negli anni novanta, non era mai stato studiato in modo approfondito. Questa volta lo hanno fatto, per ben 11 anni, fino a capire che non solo funziona benissimo come adiuvante, ridando piena efficacia alle echinocandine, ma agisce anche di per sé, perché blocca un complesso proteico che è essenziale per la sopravvivenza del Cryptococcus, e agisce su un bersaglio mai preso di mira prima. Come riferito su Cell, quando ciò avviene il fungo diventa incapace di difendersi, e muore rapidamente. Effetti simili sono stati visti anche in un altro fungo molto pericoloso, la Candida auris, fatto che suggerisce che il butirrolattolo A possa essere utilizzato anche in altre micosi. Gli studi proseguono, con l’obbiettivo di far arrivare prima possibile il farmaco in clinica.

Anche il secondo studio, pubblicato su Nature, accende la speranza, perché dimostra che per combattere un altro fungo letale, quelli che provocano la mucormicosi o fungo nero, i mucorales, emersi in India durante il Covid, può essere sconfitto dalla proteina più rappresentata nel sangue, l’albumina. Lo si è capito quando è apparso chiaro che chi si ammalava e moriva aveva livelli insolitamente bassi della prteina: il primo passo è stato identificare la carenza di albumina come marcatore di una prognosi infausta, spesso letale. Poi, cercando di riportare i livelli nella normalità, i ricercatori dell’Università di Creta e di altre università di diversi paesi hanno scoperto che, anche in questo caso, l’albumina ha una sua azione specifica, e blocca anch’essa un complesso proteico essenziale per la vita del fungo. Se si somministra insieme ad acidi grassi i mucorales non riescono ad attecchire e muoiono. I test proseguono per giungere presto a protocolli specifici e per verificare l’effetto dell’albumina data insieme ai farmaci.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 4 febbraio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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