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Il trattamento precoce con abatacept può frenare l’evoluzione dell’artrite reumatoide

Nelle persone a rischio di sviluppare un’artrite reumatoide conclamata o di peggioramento, un trattamento precoce con il farmaco biologico già previsto in fase successive della malattia, l’abatacept rallenta molto l’evoluzione e l’aggravamento, e anche se non può azzerare il rischio che compaiano i sintomi, può essere di grande aiuto.

Lo dimostra uno studio pubblicato su Lancet Rheumatology dagli specialisti del King’s College di Londra, che hanno seguito oltre 200 pazienti trattati sia in 28 centri della Gran Bretagna che in tre olandesi, per un periodo di tempo compreso tra i quattro e gli otto anni: uno dei più lunghi follow up mai realizzati. All’inizio i partecipanti, tutti con test positivi per la presenza, nel sangue, degli autoanticorpi e marcatori specificamente associati all’artrite reumatoide, mai trattati con terapie farmacologiche specifiche, sono stati suddivisi a ricevere il farmaco oppure le stesse iniezioni ma con nessuna terapia. Poi, nel tempo, sono stati controllati regolarmente, e si è così visto che, dopo due anni, il 25% dei pazienti trattati aveva avuto una progressione, contro il 37% dei controlli. Da un altro punto di vista, dopo il promo anno erano ancora privi di sintomi e di progressione il 92,8% dei primi, contro il 69,2% dei secondi. Inoltre, coloro che avevano assunto il farmaco avevano avuto punteggi più elevati nei test relativi alla qualità di vita, al dolore, e risultati migliori in esami come l’ecografia sinoviale, tipicamente eseguita per verificare la progressione. La sicurezza del farjmaco, inoltre, è risultata in linea con le attese e superiore a quella del gruppo del placebo. La strategia preventiva sembra quindi funzionare, e potrebbe indicare più in generale un nuovo approccio ad alcune malattie autoimmuni, che cerchi di evitare o comunque di ritardare il momento in cui la reazione autoimmune va avanti e si manifestano sintomi e i danni a organi e tessuti.


Data ultimo aggiornamento 29 gennaio 2026
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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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