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Il burnout dei medici non è provocato solo dal troppo lavoro. Il mistero resta irrisolto

I medici soffrono di burnout, una condizione di esaurimento psicofisico prevista anche dall’Irganizzazione Mondiale della Sanità come sindrome che deriva dall’accumulo di una serie di fattori di stress non affrontati adeguatamente, che può avere conseguenze anche gravi, molto più delle persone di pari età che svolgono professioni qualificate ma non mediche e in generale della media della popolazione: questo è noto da tempo. Ma che cos’è, in particolare, che rende vulnerabile il personale sanitario? Per rispondere a questa domanda, i ricercatori dell’Universotà del Wisconsin di Madison (USA) hanno sottoposto un questionario specifico a 540 medici statunitensi, tutti assunti in un ospedale stabilmente, e di varie specialità. Come riportato su JAMA Network Open, tutti lavorano per moltissime ore alla settimana: in media, 65,4. Secondo alcuni studi, questo carico di lavoro è il fattore determinante. Eppure, in base ai nuovi risultati, non è affatto così. Le troppe ore sono sì associate a uno stress maggiore, ma non al burnout. Il quale, secondo gli autori, probabilmente deriva dalle condizioni di lavoro, dall’eccesso di burocrazia, da tempi sempre più congestionati da dedicare ai pazienti e così via, e non dal solo monte ore. Tra l’altro, i medici che lavorano di più diventano più sicuri nelle loro prestazioni e si sentono più competenti. E’ quindi indispensabile – secondo gli autori – andare avanti con questo tipo di studi, per capire che cosa sia, esattamente, a provocare l’esaurimento, in modo da poter programmare interventi di prevenzione più efficaci, a tutto vantaggio tanto dei medici quanto dei loro pazienti.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 21 gennaio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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