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Un batterio che vive nel ghiaccio da 5.000 anni potrebbe svelare nuovi antimicrobici

C‘è un batterio che vive nel ghiaccio vecchio di oltre 5.000 anni che presenta molti geni per la resistenza ai moderni antibiotici, ma anche altri la cui funzione è sconosciuta, e che potrebbero essere molto utili per la lotta ai batteri, ai virus, ai funghi e agli altri microrganismi. Lo hanno scoperto i ricercatori dell’Institute of Biology di Bucarest, in Romania, nella grotta di ghiaccio di Scarisoara, in Romania, raccontando poi che cosa hanno fatto e scoperto su Frontiers in Microbiology. Inizialmente hanno estratto alcune carote di ghiaccio lunghe 25 metri in una zona dove il ghiaccio stesso ha fino a 25.000 anni di età. Quindi hanno immediatamente sigillato le carote in ambiente sterile per evitare contaminazioni e, una volta tornati in laboratorio, le hanno analizzate dal punto di vista genetico e microbiologico. Hanno così identificato un batterio estremofilo che vive a temperature molto basse, della famiglia degli estremofili chiamati Psychrobacter, e l’hanno ribattezzato, per il momento, SC65A.3. Ma ciò che è stato più sorprendente è stato il profilo della resistenza e quello dei relativi geni. Testato contro 28 antibiotici di dieci tra le categorie oggi più utilizzate (tra le quali sono presenti anche antibiotici di ultima generazione come la vancomicina e poi la rifampicina e la ciprofloxacina) ha mostrato di possedere geni per la resistenza a molti di loro, tra i quali il trimethoprim, la clindamicina e il metronidazolo. Il fatto in realtà non stupisce, perché gli antibiotici sfruttano gli stessi meccanismi che i batteri mettono in atto per difendersi dagli aggressori). Inoltre hanno trovato oltre 600 geni dalle funzioni ignote, ma tra i quali ve ne sono almeno 11 (di enzimi e altre proteine) che potrebbero essere utili in chiave antimicrobica. Gli approfondimenti su questo amante del freddo continuano.

 

A.B.
Data ultimo aggiornamento 1 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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