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L’attività fisica regolare può contrastare
la depressione e scongiurare i tumori

Due nuovi studi confermano quanto l’esercizio fisico regolare sia benefico. Il primo mostra infatti che, quando si deve combattere una depressione, lo sport è efficace quanto le normali terapie farmacologiche e psicologiche, mentre il secondo che anche solo pochi minuti di attività fisica scatenano la secrezione di molecole che, a loro volta, creano un ambiente ostile per la proliferazione tumorale, esercitando così un’azione protettiva.

La ricerca sui legami tra esercizio fisico e depressione è stata pubblicata su Cochrane Database of Systematic Reviews da ricercatori aderenti al circuito internazionale omonimo, che vaglia la letteratura scientifica secondo criteri molto rigorosi, per poi dedurne conclusioni scientificamente fondate. Nello specifico sono stati presi in considerazione 57 studi clinici randomizzati che hanno coinvolto oltre 2.100 persone con diagnosi di depressione in sperimentazioni che hanno messo a confronto l’attività fisica con i trattamenti abituali, farmacologici o psicologici, oppure con nessun trattamento. Il risultato è stato che, tra psicoterapia ed esercizio non ci sono differenze significative, quanto a efficacia, neppure sul lungo periodo. Qualcosa di molto simile si vede per quanto riguarda le terapie farmacologiche. Va comunque ricordato che, come spesso accade in questo ambito, gli studi condotti erano eterogeni, e non sempre progettati e portato avanti con criteri inattaccabili. Da qui l’invito degli autori a procedere con maggiore scrupolo nelle ricerche future, al fine di poter disporre di dati solidi e ottenuti con metodi condivisi e scientificamente solidi.

Il secondo lavoro, uscito sull’International Journal of Cancer, si concentra invece sul possibile effetto anticancro. I ricercatori dell’Università di Newcastle, in Gran Bretagna, hanno infatti dimostrato che bastano dieci minuti di uno sforzo relativamente intenso come la bicicletta (o la cyclette) per vedere gli effetti biologici positivi della fatica fatta. Nellom specifico, 30 volontari tutti in sovrappeso o obesi (quindi a rischio oncologico aumentato) si sono sottoposti a sessioni da dieci minuti di esercizi, e subito dopo gli autori hanno verificato 249 proteine missurate anche a riposo. Hanno così scoperto che almeno 13 cambiano e, tra queste, alcune di quelle che hanno un effetto riparatore sul DNA e antinfiammatorio come l’interleuchina 6. In vitro, cellule tumorali esposte al sangue di chi aveva fatto l’esercizio hanno mostrato variazioni in 1.300 geni, la maggior parte dei quali coinvolti anch’essi nei sistemi riparativi del genoma e nel controllo dell’infiammazione.

Si conferma così che un’attività fisica regolare ha effetti benefici da numerosi piunti di vista e in molti casi potrebbe sostituire o affiancare farmaci o terapie di altro tipo, potenziandone l’attività o sostituendoli.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 16 gennaio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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