SALTO DI SPECIE
Virus influenzale D, cresce l’attenzione: può infettare specie diverse e forse anche l’uomo

di Agnese Codignola
Un virus influenzale si aggira da qualche nese per gli allevamenti di bovini di tutto il mondo. E non è quello dell’aviaria ad alta patogenicità (HPAI) H5N1 che da un paio di anni sta contagiando i bovini statunitensi, senza senza essere preso troppo sul serio, ma un altro, tanto misterioso quanto preoccupante, per alcune delle sue caratteristiche: il virus D. Su di esso si è di recente concentrata l’attenzione dei Centers for Diseases Control di Atlanta, che hanno lanciato uno specifico allarme, e sempre a questo virus la rivista Science aveva dedicato nel febbraio scorso un lungo articolo. In questo testo, oltre a raccontarne la storia, veniva spiegato anche perché, tra i tanti virus influenzali in circolazione, il D stia destando tanta preoccupazione.
UN VIRUS MISTERIOSO, ANCHE SE DIFFUSO - Il virus influenzale di tipo D è simile a quelli di tipo A, tra i quali rientra anche l’aviaria: come il virus di tipo A, anche il D infetta specie molto diverse tra loro, e ha una particolare facilità a riassortire il proprio patrimonio genetico a seconda delle necessità, circostanza che lo rende una minaccia tanto per gli animali quanto per gli esseri umani. E poi è simile al tipo C, come vedremo tra poco.
Il suo serbatoio naturale sono i bovini, nei quali partecipa all’insorgenza del BRDC, la Bovine Respiratory Disease Complex, chiamato anche malattia del trasporto, perché gli animali spesso ne sono colpiti quando sono portati da un posto a un altro, a causa della stretta vicinanza gli uni agli altri: la promiscuità li fa contagiare reciprocamente da virus e batteri di diverso tipo, tra i quali c’è appunto il virus influenzale D. La BRDC, secondo alcune stime, colpirebbe il 10% degli animali e una quota non irrilevante di lavoratori degli allevamenti: quando si vanno a cercare, molto spesso in costoro si trovano infatti anticorpi specifici. Tuttavia non è chiaro se, nella sua versione originaria, il virus D faccia ammalare gli esseri umani, anche se è stato dimostrato che può infettare le cellule dei tessuti polmonari. Ma non lo si sa di preciso perché, a oggi, il virus D è stato studiato molto poco: ci sono circa duecento pubblicazioni, a fronte delle migliaia sugli altri membri della famiglia più comuni.
UNA STORIA RECENTE - La prima descrizione di questo virus è recente, risale al 2011. È stato infatti in quell’anno che il veterinario Ben Hause, della South Dakota State University, lavorando insieme a un ricercatore della sua stessa università, Feng Li, notò che un maiale di circa 15 mesi di una fattoria dell’Oklahoma presentava sintomi simil-influenzali. Volendo vederci più chiaro, i due isolarono il virus e capirono che, pur essendo influenzale, non era di nessuno dei tipi noti allora, e cioè il virus A, il B, scoperto nel 1940 e presente in ogni stagione influenzale, e il C, isolato nel 1947, tipicamente meno aggressivo degli altri. Il virus di quel maiale assomigliava al C, ma non era C. Per capire che cosa fosse, i due hanno chiesto aiuto a un virologo, Richard Webby, del Saint Jude Children’s Research Hospital, che presto si accorse, studiando i furetti (i piccoli animali domestici della famiglia dei Mustelidi) che quel virus poteva passare da un esemplare all’altro (i furetti sono un modello classico nello studio dei virus respiratori), con il possibile rischio di trasmissione anche da animale a uomo. Nel primo lavoro, pubblicato nel 2013, i tre ricercatori sottolineavano come il virus fosse appunto simile ai virus C, ma al tempo stesso diverso, come del resto si vedeva dal genoma, uguale solo per metà.
L’anno seguente, sempre i tre ricercatori riscontrarono quel virus nel 18% dei bovini con sintomi respiratori, provenienti da cinque stati degli USA: una percentuale molto alta. A quel punto arrivò la prova conclusiva del fatto che si trattava di un virus a sé stante: non erano riusciti a ricombinarlo con i virus C, "assortimento" che invece sarebbe stato possibile se si fosse trattato di un sottogruppo appunto del virus C, perché i virus dello stesso tipo si ricombinano anche tra sottotipi diversi. Nel 2014 i tre pubblicarono un nuovo lavoro, nel quale proposero la denominazione di virus D e mostrarono che il serbatoio naturale erano i bovini, e non i suini come si era inizialmente immaginato. Da quel momento, il virus D fu rilevato in animali di tutti i continenti e di vario tipo, dagli allevamenti di bovini di latte svedesi a quelli di polli della Malesia. Anticorpi specifici furono trovati anche in cammelli, pecore, capre, cervi, cavalli, cinghiali, cani e gatti, tra gli altri.
CIÒ CHE LO RENDE PERICOLOSO - La capacità di infettare specie così diverse è uno degli elementi di maggiore preoccupazione, perché passando da un animale a un altro il virus si riassortisce, cioè modifica il proprio DNA per migliorare la capacità infettiva, e di generazione in generazione diventa sempre più abile nell’ingannare il sistema immunitario. Per fare un paragone, il, virus A H5N1 che nel 2009 ha dato origine alla pandemia della cosiddetta influenza aviaria conteneva sequenze di virus A di maiali, di uccelli e di esseri umani. In teoria il virus D possiede alcune caratteristiche biologiche simili, che potrebbero favorire l’emergere di nuove varianti, anche se non esistono prove che sia destinato a seguire un percorso analogo a quello dei virus influenzali A.
In un lavoro del 2024 è stato analizzato il genoma di un virus D risalente al 2005, che proveniva da un bovino, quando neppure se ne conosceva l’esistenza, e l’esito è stato a sua volta preoccupante: il DNA di quel virus era diverso da quelli successivi, i quali mostravano tutti i segni dei riassortimenti cui erano andati incontro in varie specie. Ciò significa che il D, a differenza del B e del C, tende naturalmente a cambiare e potrebbe dare origine in qualunque momento a un nuovo virus pandemico. Lo stesso fanno i virus A, di cui si conoscono già più di 130 varianti. Secondo quanto emerso finora, il D sarebbe in una posizione intermedia tra i B-C e il gruppo degli A. In particolare, avrebbe cinque varianti con diversi sottotipi.
E NELL’UOMO? - Per quanto riguarda la capacità di infettare gli esseri umani, è probabile che il virus D la possieda: quando si analizzano le persone che lavorano negli allevamenti si trovano anticorpi specifici in percentuali che vanno da meno dell1% a più del 97% a seconda dei casi. Nella popolazione generale, invece, sarebbe presente in percentuali attorno all’1%, almeno stando a un’indagine effettuata su persone che avevano preso parte a uno studio sui vaccini antinfluenzali. In Cina, però, il contatto potrebbe essere molto più frequente: in base a un altro studio – in realtà contestato da alcuni virologi per questioni metodologiche - condotto su oltre 600 persone provenienti sia da zone rurali che da aree metropolitane, la percentuale di positività per il D era al 73%, e balzava al 97% in chi aveva sintomi respiratori. Tra l’altro, secondo gli autori il D sarebbe capace di passare da un furetto all’altro servendosi delle goccioline respiratorie, e sarebbe molto più presente nella popolazione umana rispetto a quanto ipotizzato finora.
Tuttavia, tutti questi test sono stati eseguiti cercando gli anticorpi, e non è detto che la presenza di anticorpi specifici indichi un’infezione, sia perché, avendo il virus D un DNA identico al 50% a quello dei virus C, gli anticorpi riscontrati potrebbero essere stati indotti in realtà da virus C (i metodi analititici a disposizione per il D non sono ancora troppo sensibili), sia perché, a oggi, non è mai stato isolato il virus vitale, capace di crescere in coltura (questa viene considerata la prova definitiva della capacità di infettare gli esseri umani) in nessun soggetto umano, ma solo frammenti di virus in tamponi nasali. Al tempo stesso, però, ricercatori svizzeri dell’Istituto di virologia e immunologia (IVI) hanno dimostrato che il D cresce meglio nelle cellule di tessuto polmonare umano di quanto non riesca a fare il C.
La situazione, quindi, non è ancora del tutto chiara, e gli studi sono anche rallentati dal fatto che gli allevatori spesso si oppongono alle indagini, ai campionamenti e ai tamponi, cui non possono essere obbligati, per paura di perdere capi e denaro. Un problema è anche la scarsità dei finanziamenti dedicati, anche se la crisi dell’aviaria nei bovini statunitensi sembra abbia accentuato la sensibilità degli enti erogatori sull’importanza di conoscere e affrontare questi virus.
MEGLIO CONOSCERE, CONTENERE E PREVENIRE - Oltretutto, anche se per ora non costituisce un rischio esplicito per l’uomo, il virus D, attraverso la BRDC (Bovine Respiratory Disease Complex), danneggia gli allevatori: solo negli Stati Uniti costerebbe oltre un miliardo di dollari all’anno, perché gli animali crescono più lentamente, producono meno latte e così via. Non a caso, alcuni allevatori hanno iniziato a vaccinare gli animali con vaccini fatti in casa, da virus isolati e fatti crescere in quantità, e ci sono prove che nella maggior parte dei casi questi preparati funzionino. Inoltre, un’azienda chiamata Medgene ha iniziato a produrre un vaccino che contiene una proteina del virus D, mentre altri sono in studio, anche in formulazioni nasali, in diversi Paesi (Cina compresa).
Per il momento è fondamentale che questo virus sia cercato e, quando trovato, contenuto, cosa non semplice perché i bovini infetti non vengono soppressi come accade con i polli, per evidenti ragioni. Lo stesso vale per gli esseri umani: è necessario conoscere meglio la situazione e capire se il virus D provochi o meno una malattia respiratoria. Inoltre è cruciale che la ricerca sia finanziata e possa fornire presto le risposte che mancano.
Le grandi pandemie della storia sono iniziate tutte in sordina, di solito partendo da qualche specie animale che vive a contatto con l’uomo, e secondo tutte le autorità sanitarie del mondo la minaccia più incombente, dopo il Covid, è quella di questo tipi di virus influenzali, che passano troppo facilmente da una specie all’altra.
Data ultimo aggiornamento 27 luglio 2026
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