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La glucosammina consigliata per i dolori potrebbe aumentare il rischio di demenza

La glucosammina, proteina collegata a uno zucchero prodotta dall’organismo, ma anche popolare supplemento consigliato – senza prove di efficacia inequivocabili – per i dolori delle articolazioni, può favorire il declino cognitivo e accelerare il percorso che da questo porta alle diverse forme di demenza, compreso l’Alzheimer. Lo suggeriscono i risultati di uno studio pubblicato su Nature Metabolism, che mette in evidenza l’importanza del metabolismo degli zuccheri per il sistema nervoso, e il suo ruolo nelle malattie neurodegenerative.

In esso i ricercatori dell’Università della Florida di Gainesville hanno analizzato le cartelle cliniche di circa 1.800 persone con una demenza correlata all’Alzheimer e di 2.750 con un declino cognitivo (per il periodo compreso tra il 2012 e il 2024), verificando chi, tra questi, aveva assunto glucosammina. Hanno così visto che circa l’8% di entrambi i gruppi rientrava nella categoria. Quindi hanno verificato se esistesse o mano un incremento di incidenza delle patologie neurodegenerative rispetto alla popolazione generale, e hanno visto che l’assunzione di glucosammina era associata a un aumento del rischio di progressione da deficit e demenza del 25% e a uno della stessa entità ma relativo alla morte in chi aveva già una demenza correlata. I possibili effetti negativi sembrano essere più gravi in chi ha già una demenza diagnosticata.

Si trattava comunque di un’associazione e non della dimostrazione di un rapporto di causa ed effetto. Per questo i ricercatori sono passati ai modelli animali, dove hanno confermato che la glucosammina fa diminuire la memoria cosiddetta sociale, e che se invece si impedisce il suo legame con le strutture cerebrali la memoria migliora. 

Infine hanno dimostrato, su campioni autoptici, che il cervello di chi si era ammalato di demenza mostrava molti più legami con gli zuccheri rispetto a quello di chi non aveva sofferto di demenza. 

Tutto ciò pone pesanti interrogativi sulla glucosammina, e richiama l’attenzione sulla via metabolica degli zuccheri come elemento cruciale nelle demenze e, di conseguenza, come possibile punto di attacco per nuove strategie terapeutiche.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 23 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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