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I bambini allergici ai gatti possono vivere con uno di essi: le crisi non peggiorano

I bambini che hanno un’allergia ai gatti non hanno un peggioramento della frequenza e dell’intensità delle crisi se in casa ce n’è uno (o più di uno). La presenza dell’animale non sembra influenzare né il rischio (neppure quando un bambino presenta specifici elementi che fanno intuire che è predisposto come l’eczema o la febbre da fieno) né la gravità della condizione. Lo hanno scoperto i ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma, che hanno analizzato una coorte di oltre 30.200 bambini e ragazzi nati tra il 2006 e il 2020 con una diagnosi convalidata di allergia e asma, e che nei due anni precedenti l’analisi erano stati curati con terapie specifiche. 

Il fatto di possedere uno o più gatti è stato verificato tramite i registri ufficiali degli animali domestici, ed è emerso che era così per il 9,4% dei bambini.

Come riportato su Frontiers in Allergy, non sono state evidenziate differenze significative in nessuno dei parametri misurati tra i bambini che vivevano con un gatto e quelli che non avevano gatti in casa. Nello specifico, crisi di gravità media o grave si sono verificate nel 9,6% dei possessori di gatti e nel 10,1% degli altri, stando alle prescrizioni dei farmaci. Analogamente, esacerbazioni ci sono state nel 3,3% dei primi e nel 3,5% dei secondi (da notare che, al contrario delle previsioni, sembra esserci un lieve effetto protettivo, non statisticamente significativo, forse dovuto a un effetto di tolleranza innescato dalla continua presenza degli allergeni di gatto). Anche tra coloro che erano stati sottoposti a una spirometria non sono emerse differenze. E non sono risultati importanti né il numero, né la razza, né il sesso, né l’età dei gatti presenti. 

Una delle possibili spiegazioni, secondo gli autori, risiede nel fatto che in realtà tutti i bambini sono esposti agli allergeni dei gatti, perché i gatti sono molto numerosi e i loro allergeni si trovano nelle scuole, nei mezzi di trasporto, nei giardini: ovunque.

Resta inoltre da caratterizzare il tipo di allergene che scatena l’allergia in questi bambini, di solito appartenente a cellule cutanee sfaldate. Nel frattempo, anche i bambini con un’allergia specifica possono vivere senza timore con un gatto in casa.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 16 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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