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La peste è apparsa tra i cacciatori siberiani 500 anni prima di quanto si pensasse

La prima comparsa della peste (Yersinia pestis) è più antica di quanto ritenuto finora di circa 500 anni, ed è avvenuta in Siberia, nella zona del lago Baikal, con un ceppo diverso da quello che poi avrebbe falcidiato l’Europa e non solo con la pandemia di quella chiamata giustiniana (sesto secolo dopo Cristo) e poi di quella del 1400 chiamata peste nera, oltre a diverse altre ondate. 

Finora la datazione più antica era fatta risalire a reperti trovati in Lettonia (a 5.000 chilometri di distanza) e risalenti a 5.300-5.000 anni fa, ma ora l’analisi genetica di resti datati almeno un paio di secoli prima, attorno a 5.500 anni fa, di cacciatori-raccoglitori siberiani cambia la prospettiva. Come illustrato su Nature, in 18 dei 46 denti analizzati (provenienti da quattro diversi siti di sepoltura) era presente un ceppo di Yersinia pestis: una percentuale molto elevata, del 39%, anche superiore a quella trovata in alcuni cimiteri medievali dove sono state sepolte le vittime di altre ondate.

Il ceppo siberiano, che probabilmente si è separato da quello più noto un paio di secoli prima, circa 5.700 anni fa, era caratterizzato da un’elevata mortalità tra i giovani e soprattutto tra i bambini di 8-11 anni, e si era manifestato all’improvviso in un’unica generazione, per poi passare alle successive trasmettendosi da uomo a uomo, prova di una provenienza zoonotica, di mutazioni che hanno reso il batterio adatto a infettare l’uomo. Probabilmente l’animale dal quale è avvenuto lo spillover, serbatoio naturale, erano le marmotte molto presenti nella quotidianità di quei popoli. Il quadro che ne esce mette in discussione ciò che si è sempre pensato, e cioè che la peste sia arrivata con lo stabilizzarsi delle popolazioni, con l’aumento della loro numerosità e con l’arrivo dell’agricoltura. Al contrario, i cacciatori-raccoglitori siberiani ne erano già vittime, anche se vivevano in piccoli gruppi e si spostavano di continuo.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 1 luglio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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