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Un farmaco già in uso (per altro) potrebbe rivoluzionare la cura delle ustioni gravi

Una molecola già in uso contro la sclerosi multipla, la 4-aminopiridina, potrebbe conoscere una seconda vita nella cura delle ustioni e in generale delle ulcere e delle ferite, perché una sua formulazione per uso topico, in gel, nei test in vitro e sui modelli animali ha svelato proprietà estremamente positive.

Da tempo è noto che il composto agisce anche sulle due principali famiglie di cellule della pelle, i cheratinociti e i fibroblasti, ma finora non era stato possibile sfruttare tali effetti perché il farmaco, dato per via orale, per chi non ha la sclerosi, a lungo andare può essere tossico. Ora però i ricercatori dell’Università di Tucson, in Arizona, hanno trovato il modo di inserirlo in un gel composto da laponite (un’argilla sintetica trasparente molto usata in questi casi) e hanno dimostrato che gli effetti sono potenti e veloci. Come illustrato su Biomaterials, infatti, il gel rilascia il principio attivo in modo regolare e costante, non comporta problemi nel contatto con la cute lesa e chiude il 90% delle ferite entro le prime 48 ore, arrivando a completa chiusura entro al massimo 21 giorni. Nei modelli animali, la guarigione inizia dopo sei giorni e si conclude appunto dopo 21, mentre nei controlli rimane aperta.

Le analisi sui tessuti hanno mostrato che il farmaco abbassa drasticamente l’infiammazione locale e promuove attivamente la formazione di nuovi epiteli e nuovi vasi sanguigni. Inoltre, stimola la maturazione dei fibroblasti, indifferenziati, in miofibroblasti, cellule specializzate della cute. Grazie a esso, la formazione di nuovo collagene di tipo I aumenta del 438%, quella del tipo III del 288%, rispetto ai controlli.

Tutto sembra quindi deporre a favore di una grande efficacia, superiore a quella di molti dei trattamenti consigliati oggi, che sono comunque insoddisfacenti e richoedono molto tempo. La cura delle ustioni resta una delle più difficili, soprattutto per la carenza di cute da trapiantare e perché i tempi lunghi espongono i pazienti al rischio di gravi infezioni. La speranza è quindi che, vista anche la disponibilità del farmaco, si arrivi presto ai primi test sui pazienti.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 15 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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