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Un trapianto di cellule staminali ha curato due pazienti italiani con neuromielite ottica

Un trapianto di cellule staminali allogeniche ha migliorato molto la qualità di vita di due pazienti affetti da una rara malattia autoimmune chiamata neuromielite ottica, nella quale gli autoanticorpi attaccano il midollo spinale, provocando dolori agli occhi e perdita della capacità visiva, dolore e disabilità agli arti e altri sintomi invalidanti. A realizzarlo sono stati gli esperti dell’Ospedale San Raffaele di Milano, che hanno pubblicato su Med i risultati dopo 15 anni di follow up.

La procedura consiste nel rimpiazzare totalmente il sistema immunitario del paziente con cellule ottenute da sangue di donatori compatibili. Prima di arrivare a questo il paziente deve essere sottoposto a una procedura non priva di ruschi, con una chemioterapia e un’immunosoppressione complete, perché se rimangono cellule del suo sistema immunitario non si può ottenere un rinnovamento pieno e la formazione di un nuovo sistema immunitario, che non contenga gli autoanticorpi. Poi si procede al trapianto.

I pazienti erano un uomo che ha ricevuto le staminali dalla sorella nel 2009, ed è migliorato al punto da avere una vita quasi normale e due figli, e una donna, che nel 2010 ha avuto le staminali di un donatore e che ha recuperato l’uso delle braccia e non ha più assunto farmaci.

Due casi sono pochi, la procedura, già usata per curare alcuni tumori e altre malattie del sangue, è molto invasiva e pericolosa (uno dei due ha sviluppato un tumore secondario alla vescica, come spesso accade in questi casi), per cui non si può parlare di cura, ma solo di dati incoraggianti che autorizzano a procedere con sperimentazioni su più pazienti.

Se arrivassero conferme si tratterebbe probabilmente di un percorso offerto solo a persone giovani che non rispondono ad altre cure, nelle quali si valutano attentamente i rischi e i benefici, ma la strada ora è avviata.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 30 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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