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L’odore delle mummie rivela le tecniche
di imbalsamazione degli antichi Egizi

Che cosa utilizzavano gli antichi Egizi per mummificare i corpi? La domanda ha ossessionato a lungo gli archeologi, perché ricostruire le miscele impiegate è sempre stata una sfida ai limiti delle possibilità della ricerca. Ora però uno studio dell’università di Bristol, in Gran Bretagna, si avvicina all’obbiettivo, grazie a un approccio innovativo rispetto a quelli utilizzati finora. Come riferito sul Journal of Archeological Science, infatti, gli autori hanno pensato di analizzare gli aromi ancora oggi sprigionati dei bendaggi, senza prelevare campioni delle mummie stesse. A tale scopo hanno controllato 35 campioni provenienti da 19 mummie di periodi molti diversi, dai più antichi agli ultimi lungo oltre duemila anni di storia, e cioè dal 3.200 a.C. fino al 305 d.C., cercando tutti i composti organici volatili o VOCs emessi. Queste sostanze sono le componenti degli aromi, e in base alla tipologia possono essere associate a una classe di composti di provenienza certa. E infatti sono state identificate quattro classi principali di VOCs: gli acidi grassi a catena corta derivanti da oli e grassi animali: altri acidi grassi e composti cinnamici provenienti dalla cera d’api; composti aromatici della resine vegetali e composti del naftene derivanti dal bitume.

Inoltre, analizzando le diverse mummie, i ricercatori hanno scoperto che l’imbalsamazione è cambiata nel tempo, diventando via via più sofisticata grazie all’uso di un numero maggiore di sostanze, e che le parti del corpo erano sottoposte a processi differenti, con materiali specifici che ancora oggi sprigionano VOCs diversi.

Ora non solo la mummificazione è meno misteriosa, ma in teoria è possibile ricostruire in laboratorio gli aromi che la contraddistinguevano, eventualità che potrebbe essere sfruttata dai musei per rendere la visita un’esperienza che coinvolge tutti i sensi.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 24 febbraio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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