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Cercasi serenità: anche un medico di base
su due ammette di sentirsi in burn out

I medici di famiglia negli Stati Uniti sono molto stressati, al punto che poco meno di uno su due si sente in burn out, l’esaurimento psicofisico che ha gravi conseguenze tanto per i medici stessi quanto per i pazienti e il sistema sanitario nel suo insieme. E la situazione, altrove, non è molto diversa. A certificare il raggiungimento del limite è uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine dai ricercatori della Cornell University di New York, che hanno interrogato circa 20.000 colleghi medici di famiglia, teoricamente meno esposti al caos degli ospedali, e quindi più protetti.

E invece è emerso che, in totale, il 43,5% dei partecipanti definisce la propria condizione come burn out, con una frequenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini e tra i medici con meno di 55 anni rispetto a quelli più anziani. Il 4,8% di coloro che si sentono in burn out ha già cambiato specialità, contro il 3,4% di chi non si è detto esaurito, e il 5,4% ha definitivamente smesso di fare il medico di famiglia, contro il 3,7% degli altri.

L’eccesso di numero di pazienti, quello di burocrazia, la cattiva organizzazione dei percorsi assistenziali e terapeutici sono tra le cause più comunemente citate come prevalenti nelle decisioni di mollare. Ciò che emerge sono poi anche le ripercussioni sui pazienti: non avere più il proprio medico di famiglia o non sentirsi in confidenza con il sostituto significa andare più spesso al Pronto Soccorso e in generale avere spese maggiori, a fronte di un livello di soddisfazione nettamente inferiore.

Il problema della carenza di medici e di un’organizzazione non adeguata della sanità affligge moltissimi paesi, e anche se il burn out è sempre stato uno dei principali rischi professionali di chi intraprende quella professione, negli ultimi anni la situazione è molto peggiorata e a rimetterci sono tutti. Si cercano soluzioni innovative, che restituiscano a medici e pazienti il proprio ruolo e soprattutto la necessaria serenità.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 21 aprile 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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