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Le protesi d’anca sono sicure e durano decenni: i dati di due milioni di persone

La sostituzione totale dell’anca e l’inserimento di una protesi sono interventi sempre più comuni, via via che cresce l’età media. Le protesi riescono infatti a far guadagnare anni di autosufficienza e migliorano la qualità della vita. Ma qual è la loro durata? Per capirlo, ricercatori di numerosi paesi hanno collaborato per effettuare una delle più ampie indagini mai condotte, avvalendosi dei dati di 29 studi clinici che riportavano la sopravvivenza della protesi almeno a dieci anni dall’intervento, e di otto registri nazionali per un totale di oltre 1,9 milioni di casi di persone che hanno avuto protesi di vario tipo, di ceramica, metallo o di polietilene, fissate in modi diversi. Per sopravvivenza della protesi si intende il tempo trascorso dalla sostituzione totale primaria dell’anca alla prima revisione per qualunque causa

Il risultato, riportato su Lancet, è stato una piena promozione a pieni voti: a vent’anni dall’inserimento era ancora funzionate il 93,6% delle protesi, cioè non aveva ancora richiesto revisioni. Estrapolando dai dati le sopravvivenze a 25 e 30 anni il risultato è del 92,8% e del 92,1%, rispettivamente: numeri incoraggianti. La conclusione è dunque che, anche grazie a straordinari progressi nei materiali e nelle tecniche chirurgiche, oggi le protesi d’anca sono sicure ed estremamente efficaci, e possono essere inserite con tranquillità, perché migliorano la qualità di vita per molti anni.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 9 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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