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Gli incendi danneggiano indirettamente
la salute di chi li subisce e di chi li combatte

Gli incendi sono pericolosi per la salute di chi non è direttamente coinvolto, e non solo per l’ambiente. Chi vive in zone dove se ne verificano spesso o dove ce ne sono stati di grandi dimensioni può essere più a rischio di sviluppare alcune malattie, mentre chi interviene per spegnerli può essere esposto a materiali che sono stati associati a danni di diverso tipo.

Descrivono due facce dello stesso fenomeno i due studi usciti a pochi giorni di distanza, il primo relativo a quanto accaduto a Los Angeles dopo l’enorme incendio divampato tra gennaio e aprile scorsi nei Pronto Soccorso (PS) della città, il secondo alle crescenti preoccupazioni relative agli indumenti ignifughi indossati dai pompieri.

Nel primo caso, i medici del Cedars Sinai, che stanno ancora monitorando la situazione nell’ambito di uno studio chiamato LA FIRE Health Study, hanno pubblicato i primi risultati, ottenuti confrontando gli accessi al PS dei 90 giorni successivi allo spegnimento definitivo con quelli dello stesso periodo degli anni precedenti. Come si legge su JACC, dopo gli incendi si è avuto un raddoppio e oltre per le visite generali (+118%), un incremento degli attacchi cardiaci del 46% e una crescita di visite per malattie polmonari del 24%. Inoltre, sono aumentate molto le anomalie degli esami del sangue di routine. Secondo gli autori, la responsabilità è multipla: i particolati dispersi nell’aria insieme allo stress prolungato comportano conseguenze pesanti per tutta la popolazione, con particolare gravità tra i più anziani e i malati, di cui non si tiene abbastanza conto.

Allo stesso modo, non sembra essere molto considerato il rischio professionale cui sono esposti i pompieri a causa delle tute ignifughe, oggetto del secondo studio, uscito su Environmental Research Letters.

Le tute sono generalmente composte da tre strati: quello più esterno, del tutto ignifugo, quello intermedio, che regola l’umidità e previene le contaminazioni biologiche, e quello più interno, che aiuta a traspirare e a tenere un a temperatura corporea costante. Fino a non molti anni fa i composti più utilizzati in tutti e tre, e in particolare in quello esterno, erano i perfluoroalchili o PFAS che, però, oggi si cerca di eliminare a causa della loro tossicità, dimostrata e a carico di pià organi e tessuti. Ma da che cosa sono stati sostituiti per avere lo stesso effetto-barriera? Per scoprirlo, i ricercatori dell’Università della Carolina del Nord di Durham hanno analizzato nove set di tute, alcune delle quali realizzate tra il 2013 e il 2020, altre a partire dal 2024, e dichiaratamente PFAS-free. I risultati sono stati abbastanza preoccupanti. Come previsto, le prime contenevano PFAS in grandi quantità, mentre le seconde solo in tracce di PFAS. Queste ultime, tuttavia, tutte, erano realizzate con elevate concentrazioni di composti ignifughi bromurati (cioè con bromuri), noti per essere associati a malattie della tiroide, tumori e altro (alcuni dei quali sono stati vietati diu recente). In più, nella maggior parte dei casi la loro presenza non era segnalata in quanto non c’è un obbligo.

Anche se al momento ci sono ancora pochissimi studi sulla salute dei pompieri che indossano tute con bromuri, i rischi sono chiari, anche perché questi equipaggiamenti costano molto e di solito sono utilizzati per anni, anche se usurati e quindi più inclini a disperdere sostanze. Gli autori si augurano che sia introdotto l’obbligo di segnalazione e soprattutto che siano realizzati materiali nuovi, privi di PFAS ma anche di bromuri, per proteggere la salute dei pompieri e di tutti i lavoratori che indossano equipaggiamenti analoghi e per evitare di disperdere nell’ambiente sostanze altamente tossiche.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 7 gennaio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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