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I Pompeiani commerciavano con l’India e l’Africa Sub-Sahariana: lo dimostra l’incenso

Pompei era al centro di rotte commerciali che passavano anche da paesi lontanissimi come l’India e in generale l’Asia e l’Africa. Lo si sapeva dai documenti, ma ora giunge una conferma da un luogo insospettabile: i bracieri utilizzati nelle case per l’incenso, una resina mista ottenuta anche da piante non autoctone.

Analizzare i residui di incenso in reperti sepolti sotto la cenere non è mai stato semplice, ma ora un team di ricercatori elvetici, dell’Università di Zurigo, ce l’ha fatta, e ha pubblicato i risultati su Antiquity. In particolare, gli autori si sono concentrati su due bracieri, uno dei quali rinvenuto una Domus in città chiamata Officina di Sabbatino, l’altro nella villa rustica di Boscoreale, nelle vicinanze. Questi recipienti erano posti negli altari domestici dei Lari, gli dei degli antenati di famiglia, per raccogliere la cenere derivante dall’incenso usato nei sacrifici che tutti facevano piuttosto spesso, e sempre in occasioni particolari. Finora le testimonianze sulla provenienza dell’incenso, ottenuto da resine odorose, erano epigrafiche e in generale scritte, ma non c’era una prova chimica. Ora invece l’analisi dei residui ha mostrato la probabile presenza di resine di Boswellia, una pianta proveniente dalla penisola arabica e dall’Africa orientale, quella di quercia (Quercus), di alloro (Lauraceae), di gelso e altre piante della famiglia delle Moraceae autoctone ma, soprattutto, quella di Canarium (oggi nota anche come elemi), che all’epoca era presente soltanto nell’Africa Sub-Sahariana, in India e in altri paesi asiatici. E’ la prima volta che si dimostra la presenza di questa pianta, che a sua volta costituisce la prova dell’estensione dei commerci degli abitanti e in genetrale dei rapporti di Pompei con il resto dle mondoi antico. Tra l’altro tempo fa in una Domus, chiamata poi Casa della Statuetta Indiana, era stata trovata una statuetta indiana.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 6 aprile 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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