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La perdita di biodiversità spinge le zanzare
a pungere gli umani, veicolando infezioni

Il riscaldamento climatico e la deforestazione, con la perdita di biodiversità che ne consegue, hanno – tra gli altri – un effetto collaterale potenzialmente molto pericoloso: il cambiamento di abitudini delle zanzare che trasportano virus pericolosi per l’uomo. Via via che diminuiscono le specie che le zanzare femmine possono pungere per prelevare il sangue di cui si nutrono, aumenta infatti la loro inclinazione a rivolgersi agli esseri umani e, con essa, il rischio che si diffondano diverse malattie infettive. Lo dimostra uno studio condotto in Brasile dai ricercatori dell’Oswaldo Cruz Institute di Rio de Janeiro, e pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution. Gli autori sono andati in due riserve naturali, la Sítio Recanto Preservar e la Guapiacu River Ecological Reserve, e hanno prelevato oltre 1.700 esemplari di 52 specie di zanzare. Tornati in laboratorio, hanno prelevato il sangue da 145 femmine, e lo hanno sequenziato, alla ricerca dei marcatori che dimostrano che si tratta del sangue di una certa specie. Hanno così scoperto che in 18 casi il sangue era umano, in uno di anfibi, in sei di uccelli, in uno di un cane e in uno di un topo: una proporzione che, da sola, svela che cosa stia succedendo. Hanno anche scoperto che alcune zanzare avevano punto specie diverse: uccelli e umani, anfibi e umani, roditori e uccelli e altre combinazioni. Di tutte le zanzare analizzate, però, solo nel 38% dei casi è stato possibile arrivare a un responso chiaro: negli altri casi no, fatto che dimostra l’esigenza di mettere a punto tecniche di analisi più sensibili. E tuttavia le specie analizzate veicolano malattie quali la febbre gialla, chikungunya, dengue, zyka, majaro e sabià, e sono quindi molto pericolose.

In attesa che si capisca che la perdita di biodiversità nuoce direttamente alla salute degli umani, tra le altre cose, indagini come questa possono servire a identificare aree a particolare rischio, e a prendere contromisure adeguate.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 6 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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