Questo sito utilizza cookies tecnici (Google Analytics) per l'analisi del traffico, senza scopi commerciali; proseguendo la navigazione ci si dichiara implicitamente d'accordo all'uso dei medesimi Ok, accetto

Ecco la memoria “misteriosa”
che aiuta a ricordare il Covid

di Paola Scaccabarozzi

Esiste una memoria degli anticorpi che il sistema immunitario produce dopo l’"incontro" con il virus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid 19), o dopo l’inoculazione del vaccino, anche quando gli anticorpi stessi sono assenti o il loro numero è molto scarso? Sin dalle prime fasi della pandemia i ricercatori si sono posti il quesito relativo alla durata della risposta immunitaria nelle persone che hanno contratto il Covid e, a seguire (da quando sono arrivati i vaccini), gli studiosi hanno cercato di capire per quanto tempo potessero durare gli anticorpi neutralizzanti in coloro che erano stati vaccinati. Su questo tema, complesso ma anche affascinante, dal punto di vista scientifico, abbiamo chiesto il parere del professor Alberto Beretta, immunologo. Beretta ha svolto le sue prime ricerche all’Istituto Karolinska di Stoccolma, dove ha conseguito il suo dottorato di ricerca, e all’Istituto Pasteur di Parigi, dove ha collaborato con il gruppo che ha scoperto il virus HIV. È stato poi responsabile di un’unità di ricerca sul virus HIV all’ospedale San Raffaele di Milano. Da due anni, è direttore scientifico dell’azienda SoLongevity.   

«Sono in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica Communications Medicine (gruppo Nature) i risultati di uno studio condotto dall’Università di Verona al quale ho partecipato - esordisce Beretta. - Da questa  ricerca, che ha permesso di valutare la risposta anticorpale durante la prima e la seconda ondata di Covid, e in relazione al vaccino, è emerso che, anche in assenza di anticorpi neutralizzanti (quelli, cioè, capaci di bloccare il virus, ma destinati a diminuire nel corso del tempo), resta comunque una “memoria” in grado di far fronte a una successiva infezione».

Insomma, anche quando gli anticorpi sembrano scomparire (in tempi ancora non definiti e variabili da individuo a individuo), le cellule che li hanno prodotti, ossia i linfociti B, continuano a circolare (nella forma di linfociti B memoria) e a fare il loro lavoro di sentinelle del sistema immunitario. «Il problema - spiega Beretta - è la loro misurazione, che solo pochi laboratori sono in grado di fare. Discorso analogo per i linfociti T, altro tassello importante della memoria immunitaria. Ma ciò non significa affatto che non ci siano, anzi: da quello che abbiamo osservato nei pazienti che avevano contratto la prima SARS (Severe acute respiratory syndrome, provocata sempre da un coronavirus), nel 2003, è emerso  che queste cellule possono rimanere in circolo anche per parecchi anni»

Lo scorso gennaio, inoltre, sono stati pubblicati tre lavori, uno su Science, uno su Science Immunology e uno su Nature, i cui risultati vanno tutti nella medesima direzione: gli anticorpi, pur persistendo per un periodo di almeno sei mesi, decadono nel tempo. Tuttavia questo non vuol dire  che l’organismo umano, in caso di successiva nuova esposizione al virus, si ritrovi privo di protezione.
La memoria immunologica si basa su meccanismi articolati, e la capacità di riattivazione delle cellule B e dei linfociti T (fondamentali, come dicevamo, per annientare il virus) rappresenta una risorsa fondamentale, anche se estremamente variabile da persona a persona.

«È anche verosimile - aggiunge Beretta - che lo stesso vaccino, inoculato nelle persone che non hanno contratto il Covid, possa comportarsi nel medesimo modo: sia in grado, cioè, di stimolare una risposta protettiva duratura nel tempo, anche se gli anticorpi neutralizzanti tendono via via a diminuire e/o scomparire. Questi dati ci lasciano sperare in un futuro in cui i richiami vaccinali potranno essere meno frequenti e somministrati, dunque, in tempi più dilatati».

Lo studio che verrà pubblicato sulla rivista Communications Medicine mette in evidenza anche altri aspetti interessanti. Uno di questi riguarda la capacità dei vaccini di richiamare una risposta immunitaria relativa a precedenti incontri con virus simili, come i coronavirus che provocano il raffreddore e che circolano nella popolazione mondiale da centinaia di anni. «Se fosse confermata - spiega Beretta - sarebbe una bella notizia, perché significherebbe che siamo tutti, chi più chi meno, già un po’ immuni al SARS-CoV-2. Forse, anche per questa ragione, i vaccini stanno dimostrando la loro efficacia nel proteggerci dalla malattia. Perché richiamano memorie precedenti».

E poi c’è un’altra osservazione da fare, che concerne la ricerca degli anticorpi con i test sierologici. «Quando si misurano le risposte all’infezione o alla vaccinazione - dice Beretta - si cercano gli anticorpi chiamati IgG. Nessuno finora ha cercato un altro tipo di anticorpi, le IgA. Sono anticorpi molto diversi dalle IgG (un inciso: il cambio di genere da maschile a femminile è dovuto al fatto che quelli che noi chiamiamo anticorpi, sono anche chiamati immunoglobuline). A differenza delle IgG, le IgA sono tipicamente prodotte nelle mucose delle vie respiratorie durante il primo contatto con il virus. Sono diverse dalle IgG, perché agiscono in coppia. E proprio per questa ragione sono estremamente efficaci nel bloccare il virus. Ma sono anche difficili da indurre tramite un vaccino». Proprio per capire se e come il vaccino sia capace, in qualche maniera, di stimolare le IgA, si sono mossi i ricercatori. «La risposta che ci siamo dati finora - spiega Beretta - è che la somministrazione per via intramuscolare faccia entrare in gioco, probabilmente, un altro tipo di immunoglobuline IgA, che non sanno agire in coppia come quelle indotte nel naso, e sono dunque meno capaci di bloccare il virus. Ma questo dato ci dice anche che, se e quando avremo un vaccino somministrabile per via nasale (spray o aerosol), saremo probabilmente in grado di sfruttare entrambi questi tipi di anticorpi, le IgA che vanno in coppia e le IgG. Forse allora avremo un vaccino efficace non solo contro la malattia, ma anche contro l’infezione. Potrebbe essere questo il “vaccino perfetto”».  

(Nella foto dell’agenzia iStock, i linfociti T)

--

Riassumendo, questi i punti centrali dell’articolo:

° l’assenza di anticorpi contro il coronavirus nel sangue non significa che il sistema immunitario non abbia più "memoria" dell’infezione e non sia pronto a reagire rapidamente, in caso di necessità;
° anche i linfociti T, oltre a quelli B (che producono gli anticorpi), sono fondamentali nella difesa contro il Covid, ma solo pochi laboratori di analisi sono attrezzati per cercarli;
° un vaccino utilizzabile per via nasale (spray o aerosol) potrebbe risultare più efficace di quelli somministrati tramite la classica iniezione intramuscolare

 

 

Data ultimo aggiornamento 20 jun 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Vedi anche: • «Verosimile che ogni annoil vaccino vada ricalibrato»


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

Chiudi

Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

VAI ALLA VERSIONE COMPLETA