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Che cosa pensano gli atleti dell’attivismo
e della possibilità di esprimere opinioni

Le atlete professioniste vorrebbero poter esprimere opinioni e manifestare il proprio impegno politico soprattutto in merito al razzismo e alle disuguaglianze, anche se oggi molti regolamenti lo vietano. Si sentono infatti responsabili della grande visibilità di cui godono, e vorrebbero utilizzarla.

E’ questo il messaggio principale di un rapporto intitolato: Lasciateci parlare: le opinioni delle atlete sulla giustizia sociale e l’attivismo pubblicato dal Race and equity Center dell’Università della California del Sud nel quale sono state raccolte le opinioni di oltre 400 professioniste tesserate nelle leghe di calcio e basket statunitense. Ecco i risultati principali:

- il 94% delle atlete vorrebbe utilizzare le piattaforme social per esprimere il proprio impegno;

- i social sono lo strumento più usato e il 71% pensa di scrivere post contro il razzismo in un futuro prossimo

- nel 2020, circa il 75% ha postato messaggi sul razzismo e solo il 12% non ha volto alcuna attività antirazzismo nel quattro mesi successivi all’omicidio di George Floyd;

- un’ampia maggioranza sostiene la collaborazione a livello di squadra, di campionato e tra campionati per temi relativi alla giustizia sociale

- poco più della metà degli atleti ha affermato che nulla avrebbe impedito loro di non esprimersi, e solo il 2% ha espresso disinteresse.

Tenendo conto del fatto che spesso questa forte motivazione si scontra con i regolamenti, il lavoro contiene anche 18 consigli per atleti, allenatori, manager, associazioni sportive e perfino spettatori, tutti improntati al rispetto del diritto di espressione degli sportivi e al rispetto reciproco.

 

A.B.
Data ultimo aggiornamento 27 febbraio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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