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Veronesi: «Curate l’anima, per curare il corpo»

Funziona la Medicina ultra-specialistica dei giorni nostri? Sicuramente ha permesso di ottenere risultati straordinari, ma ha anche portato in molti casi a “dimenticare” la persona, a non considerare il paziente nella sua globalità - condizione essenziale, invece, per ottenere il massimo dalle cure. Su questi temi abbiamo sentito il parere di Umberto Veronesi, fondatore dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Ecco la trascrizione della videointervista.

Il rapporto tra mente e corpo - spiega Veronesi - è sempre stato un dilemma, da quando è nata la civiltà. Nel campo medico la regola, fino al 1600-1700, era che la Medicina dovesse essere olistica e dovesse avere il compito di curare corpo e mente simultaneamente, proseguendo l’idea platonica di “Curare l’anima, se si vuole curare anche il corpo”. Nel 1600 qualcosa cambiò: si incominciarono a fare le autopsie, poiché la Chiesa accordò il suo permesso. Si scoprì, così, che il nostro corpo non è altro che una sommatoria di organi, tenuti insieme da quell’involucro che è la nostra pelle. La scienza ha aperto questo involucro e ha cominciato ad analizzare ogni organo. Così ha avuto inizio la medicina d’organo e super-specialistica.

La scienza ha compiuto progressi clamorosi, creando specializzazioni sempre più circoscritte: chi cura il rene non cura il polmone, chi cura il polmone non cura il cuore, e via dicendo. Questo certamente ha regalato progressi straordinari, che viviamo ancora oggi, ma il rovescio della medaglia di una conoscenza sempre più approfondita e specializzata è rappresentato dal fatto che la medicina tende gradualmente a dimenticare la persona, obiettivo finale di questa disciplina. Non si può curare una persona senza sapere chi abbiamo davanti. Io penso che la medicina del futuro dovrà essere, invece, la medicina della persona, proprio per un’esigenza diffusa di tornare a una cultura olistica, che non perda di vista l’uomo o la donna da curare nella loro interezza.

La malattia colpisce un organo, è vero, ma viene elaborata dalla mente. Io dico sempre ai miei collaboratori: «E’ facile togliere un tumore al seno, ma bisogna anche toglierlo dalla mente, dal pensiero, e curare la ferita che si è creata anche a livello della psiche». Oggi si fanno le diagnosi e gli esami, si stabiliscono le terapie, ma diventa un po’ come consultare il manuale del cemento armato per gli ingegneri, e questo non va bene, perché si perde di vista la conoscenza del malato. Se un paziente ti fa un cenno e ti chiede di fermarti, tu - medico - devi fermarti e ascoltarlo, senza fretta, fino alla fine, e completamente. Questo è il nostro dovere: noi siamo qui per loro e non loro per noi. Ascoltiamo completamente il paziente per capire chi abbiamo davanti a noi e come possiamo curarlo meglio. 

A.B.
Data ultimo aggiornamento 28 novembre 2014
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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