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La tecnologia svela il mistero del quadro
La Tentazione di S. Antonio di Salvador Dali’

 Nel 1946 Salvador Dalì dipinse La tentazione di S. Antonio, un quadro che molto presto iniziò ad alterarsi senza che se ne capisse la ragione, custodito dal 1965 presso il Royal Museums of Fine Arts of Belgium (RMFAB). Un team internazionale di esperti tra i quali quelli dello European Centre of Archaeometry dell’Università di Liège, quelli della Sorbona di Parigi e quelli dell’Università Cà Foscari di Venezia ha voluto capire se quelle imperfezioni fossero state volute dal grande pittore, oppure se fossero il frutto di qualche processo di degradazione e, in caso fosse così, se l’opera fosse a rischio. Applicando diverse tecniche analitiche molto sensi hanno così dimostrato che si tratta si un fenomeno che probabilmente ha avuto inizio quando i coloro non erano neppure asciutti, e che è dovuto a una serie di reazioni naturali. Non era intenzione di Dalì creare quell’effetto. Come riportato su Heritage, i ricercatori hanno combinato analisi ottenute dalla fotografia digitale e all’ultravioletto, con specifici raggi X a fluorescenza e a diffrattometria, con spettroscopia raman e con spettrometria di massa accoppiata a gas cromatografia: di fatto, quasi tutte le tecniche più avanzate oggi disponibili per capire che cosa sia un certo composto. Hanno così identificato pigmenti come il bianco di zinco (ossido di zinco o ZnO) e il bianco di piombo (cerussite e idrocerussite), il nerofumo, pigmenti terrosi, il blu cobalto e il blu ceruleo, il verde di cromo, l’oltremare, il giallo di stronzio e un fondo con biossido di titanio (atanasio) e anidrite. Quindi hanno dimostrato che le alterazioni interessano principalmente le zone di ossido di zinco applicato sopra quello di piombo e che sotto quest’ultimo ci sono state delle anomalie nell’indurimento, che probabilmente hanno condizionato il resto. Inoltre l’ambra che Dalì utilizzava e amava moltissimo, di origine baltica, potrebbe aver accelerato la degradazione. Infine, è stato rilevato anche cloruro, che a sua volta avrebbe aggravato il processo. Forse arriva dalla brezza marina di un trasporto a New York fatto quando il colore non era ancora asciutto. La degradazione deriverebbe quindi da un mix di elementi esterni: i pigmenti poco compatibili posati su un letto di resina instabile ed esposti al cloruro quando i colori non erano ancora asciutti. La buona notizia è che l’opera si è ormai stabilizzata, e non corre più alcun pericolo: può essere esposta al pubblico senza particolari precauzioni. E la metodologia messa a punto potrebbe rivelarsi preziosa  anche per molti altri quadri a rischio.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 5 aprile 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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