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Gli antibiotici lasciano tracce nel microbiota intestinale evidenti anche dopo otto anni

L’assunzione di antibiotici modifica profondamente il microbiota intestinale, composto in gran parte da batteri (bersaglio degli stessi): questo si sa da tempo. Ciò che non era noto finora, però, è quanto duratura e profonda possa essere l’azione di questi farmaci sul microbiota: può durare anni, come è emerso da uno studio appena pubblicato su Nature Medicine dai ricercatori dell’Università di Uppsala, in Svezia. 

In esso sono stati analizzati i cambiamenti del microbiota fecale di 15.000 persone che avevano assunto o meno antibiotici (secondo i dati riportati in un apposito registro nazionale, in cui si deve obbligatoriamente indicare chiunque prenda uno di questi farmaci e perché). Il risultato è stato che, oltre a diminuire sensibilmente la biodiversità delle specie presenti (caratteristica sempre positiva e protettiva), numerosi antibiotici lasciano tracce ben visibili che durano anni, in alcuni casi fino a otto anni. I peggiori, da questo punto di vista, sono la clindamicina, i fluorochinoloni e la flucoxacillina, che risultano associati a cambiamenti nel 10-15% delle specie batteriche presenti. La penicillina V e la nitrofurantoina, vecchi antibiotici tuttora tra i più usati, sono invece fortunatamente meno incisive, da questo punto di vista.

In caso ce ne fosse bisogno, questo è un ulteriore ottimo motivo per usare gli antibiotici con la massima parsimonia, ricorrendo a essi solo quando strettamente necessario e seguendo tutte le raccomandazioni del medico in merito alla durata ottimale della terapia.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 16 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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