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In palestra meglio non tenere la musica a volume troppo alto: i timpani ringraziano

Chi fa sport in palestra non dovrebbe essere sottoposto a una musica a un volume troppo alto: l’attività fisica non migliora mentre l’udito subisce un danno. Questo quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori del Caruso Department of Otolarynology – Head & Neck Surgery dell’Università della California di Los Angeles al quale hanno partecipato poco meno di 200 giovani (età media: 28 anni) che si sono sottoposti ad alcune sessioni di esercizi da un’ora con un sottofondo da 91,4 decibel (dBA) oppure 88,5 dBA e poi sono stati invitati a compilare un questionario sull’intensità dell’esercizio svolto. I risultati, illustrati su JAMA Otolaryngology – Head & Neck Surgery, hanno mostrato che non ci sono differenze significative con la musica leggermente più bassa, quanto all’attività fisica. In compenso, il 14,8% ha riferito un tinnito dopo gli esercizi, e il 2,1% di indossare abitualmente una protezione per le orecchie, a riprova del fastidio percepito e/o del desiderio di proteggersi. Ma se i dBA sono inferiori i timpani subiscono meno l’urto delle onde sonore, e sono quindi meno soggetti a danneggiamenti temporanei o permamenti. La musica più bassa anche solo di qualche decibel arreca quindi meno danni all’udito, e anche in palestra sarebbe opportuno tenere sempre il volume a un livello adeguato.  

A.B.
Data ultimo aggiornamento 21 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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