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La terapia cognitivo-comportamentale potrebbe aiutare chi soffre di fibromialgia

La fibromialgia, condizione probabilmente di origine autoimmune, ancora relativamente oscura, che si manifesta con annebbiamento mentale (brain fog), affaticamento grave (fatigue) e soprattutto dolore cronico, e che colpisce più le donne degli uomini, può essere contrastata con una terapia cognitivo comportamentale o CBT, che non sostituisce gli eventuali farmaci (pochissimi, in realtà, quelli indicati), ma li affianca e migliora sensibilmente la qualità di vita dei pazienti.

Lo dimostra uno studio effettuato a Boston, Massachussetts, al General Hospital, su 98 donne di tutte le età (dai 18 ai 75 anni) con una diagnosi confermata da almeno sei mesi, sottoposte a uno tra due protocolli. Entrambi consistevano in otto sedute da 60-75 minuti, durante le quali, una volta accertate le caratteristiche della malattia e quanto il dolore interferiva con le attività quotidiane (interferenza), quanto era catastrofico (cioè sconvolgente rispetto a prima della diagnosi) e quanto grave, veniva proposta una CBT certificata, oppure una serie di semplici colloqui finalizzati a gestire meglio la malattia. Come riferito su Arthritis & Rheumatism, le donne (64) che avevano preso parte alla CBT hanno avuto un chiaro miglioramento nei parametri del dolore misurati, derivante anche dal fatto che, grazie alla terapia, il pensiero del dolore era meno pervasivo e costante. Chiunque senta un dolore è portato a pensarci spesso, e intensamente, ma per chi soffre di fibromialgia, questa cosiddetta ruminazione, cioè la ripetizione di pensieri negativi e troppo focalizzati (in questo caso sui sintomi dolorosi), ha conseguenze fisiche, perché peggiora la malattia. La CBT sembra combattere tutto ciò, e contribuire a migliorare tutti i parametri, rendendo la vita quotidiana più serena. Che sia così, del resto, lo si vede anche controllando le connessioni nervose: dopo il trattamento, cambiano e sono meno intense nelle aree della sensibilità al dolore e all’ipervigilanza tipica di queste condizioni. La CBT potrebbe quindi essere di grande aiuto, anche se è necessario attendere conferme su numeri più grandi. Intanto, i test proseguono su uomini e persone non binarie, per verificare anche in questi soggetti la sua efficacia.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 26 settembre 2023
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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